Kant, la pace perpetua e il mondo che cambia armato: un progetto ancora possibile?
Tra guerre, riarmo europeo e ritorno dei dazi, il sogno kantiano della pace razionale viene messo alla prova da nuove tensioni globali
Antonio Russo
Napoli, 11 Aprile 2025
Nel 1795, mentre l’Europa era attraversata da guerre dinastiche e rivoluzioni, Immanuel Kant immaginava un futuro diverso: un mondo dove gli Stati, anziché combattersi, si sarebbero organizzati in una federazione fondata sul diritto, la libertà e il rispetto reciproco. Il suo Per la pace perpetua non era un’utopia da salotto, ma un vero e proprio progetto politico. Oggi, a più di due secoli di distanza, il mondo sembra allontanarsi da quella visione, mentre le sue parole tornano drammaticamente attuali.
Dall’Ucraina al Medio Oriente, passando per le crescenti tensioni tra Cina e Stati Uniti, il pianeta è tornato a parlare la lingua della forza. In Europa, gli Stati — e l’Unione stessa — stanno aumentando i bilanci della difesa come non accadeva da decenni. Si parla apertamente di “riarmo europeo”, di eserciti più autonomi, di deterrenza. Una misura forse necessaria in tempi di insicurezza, ma che Kant avrebbe guardato con sospetto: nel suo saggio, auspicava infatti la progressiva abolizione degli eserciti permanenti, che considerava strumenti di tensione più che di sicurezza-

Anche sul piano economico, la fiducia nel commercio come strumento di pace — un altro pilastro della visione kantiana — sta vacillando. Gli Stati Uniti, sotto la spinta di nuove logiche protezioniste, stanno reintroducendo dazi su beni strategici e criticano duramente l’interdipendenza economica con la Cina. Il commercio globale, che Kant vedeva come un fattore di “ospitalità universale” tra i popoli, diventa oggi terreno di scontro, sospetto e rappresaglia.
In questo scenario, il progetto europeo resta l’eredità più concreta del pensiero kantiano: una federazione imperfetta di Stati liberi, fondata sul diritto e sulla cooperazione. Eppure, anche l’Unione Europea è sotto pressione: divisa tra esigenze di sicurezza, pulsioni sovraniste, e la tentazione di imitare le logiche di potenza che voleva superare.
Kant non era ingenuo. Sapeva che la pace non sarebbe arrivata subito, né senza ostacoli. Ma credeva che la ragione, il diritto e l’autonomia dei cittadini potessero orientare gradualmente l’umanità verso un ordine più giusto e pacifico.
Oggi, di fronte al riarmo e alla frammentazione economica, dovremmo chiederci se stiamo proteggendo la pace – o rinunciando al suo significato più profondo. In un mondo sempre più armato e diffidente, l’utopia kantiana suona come una provocazione necessaria: e se la vera sicurezza non fosse nella forza, ma nella cooperazione?
