Gaza e la Necropolitica di Israele – L’ Annientamento come Dottrina
Dall’assedio alla fame, dalla distruzione degli ospedali alla cancellazione della vita nascente: il modello di guerra di Tel Aviv assume tratti sistemici. Al Mayadeen denuncia una strategia deliberata di sterminio e prevede un inquietante futuro globale.
18 Maggio 2025
Esmeralda Mameli
Nell’anniversario della Nakba, il canale televisivo arabo Al Mayadeen pubblica un’inchiesta che tratteggia un quadro devastante della situazione a Gaza, definendola “una catastrofe che sfida il linguaggio convenzionale della guerra”. Con un bilancio che sfiora i 53.000 morti, la maggior parte donne e bambini, e la distruzione sistematica di ospedali, scuole e infrastrutture vitali, l’autrice analizza il conflitto in corso attraverso la lente della “necropolitica”.

Coniato dal filosofo camerunense Achille Mbembe, il concetto di necropolitica descrive il potere dello Stato di decidere chi deve vivere e chi può morire. A Gaza, questa dottrina si manifesta nella sua forma più cruda: fame come arma, sfollamento come strategia e cancellazione della vita, sia presente che futura, come obiettivo.

Secondo il medico palestinese-britannico Ghassan Abu Sitta, non si tratta solo di uccidere. Si tratta di cancellare ogni traccia dell’esistenza palestinese. Ospedali bombardati, corridoi umanitari colpiti, cliniche per la fertilità distrutte. Ogni elemento rivela un calcolo preciso e disumano.
“La fame è diventata arte di governo”, dichiara Mustapha Ibrahim della Fondazione Al-Dameer per i Diritti Umani.
L’assedio, in vigore da quasi vent’anni, ha trasformato Gaza in un laboratorio di precarietà ingegnerizzata. Non è solo occupazione, è un’architettura dell’abbandono che ha normalizzato la soppressione della vita come strumento politico.

Un esempio emblematico è l’attacco del 2024 all’Al Basma IVF Center, dove cinque serbatoi criogenici sono stati distrutti, cancellando oltre 4.000 embrioni e 1.000 campioni genetici.
“Un massacro di vite potenziali”, ha detto la fondatrice Bahaeldeen Ghalayini.
Per molte coppie palestinesi, quegli embrioni rappresentavano l’unica possibilità di genitorialità. La loro distruzione segna un salto qualitativo nella strategia. Non si mira solo ai viventi, ma anche a coloro che non sono ancora nati.
Il quadro delineato da Al Mayadeen è quello di un conflitto che ha superato la dimensione militare per entrare nel campo dell’esistenziale. La “circolazione simultanea di pane e proiettili” di cui parla il ricercatore Mohammad Sweidan descrive l’ipocrisia delle potenze occidentali. Armare Israele e poi inviare aiuti. È una coreografia mortale che trasforma l’umanitarismo in spettacolo.
Secondo l’ultimo rapporto dell’IPC e di Oxfam, la carestia a Gaza non è effetto collaterale, ma deliberata. Migliaia di camion di aiuti restano fermi ai confini, mentre bambini muoiono di fame. L’assedio diventa dottrina, il diritto alla vita viene negato anche nella sua potenzialità, e le cliniche della fertilità si trasformano in bersagli.
“Quando la sovranità si trasforma nel diritto di distribuire la morte”, scrive la giornalista Nadra El Tibi, “non siamo più nel campo del conflitto. Siamo dentro una strategia globale di annientamento”.
Se la comunità internazionale continuerà ad accettare questa logica, Gaza non sarà più l’eccezione. Diventerà il modello. Un modello in cui lo Stato non si definisce più attraverso la costruzione del futuro, ma attraverso la cancellazione del presente e l’impossibilità della vita stessa. Un mondo in cui non solo si uccide, ma si impedisce di nascere.
Nel calcolo della necropolitica, la vita diventa materiale amministrabile. E la morte, un linguaggio politico.

