Ciliegie e Diritto
La Costituzione lo garantisce, ma nella pratica lavorare è un percorso a ostacoli. Un’analisi cruda e realistica sul mondo del lavoro, tra agricoltura, burocrazia e inclusione.
1 Giugno 2025
Canio Trione
Ricordiamo che l’articolo 1 della nostra Costituzione afferma con chiarezza: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Non si tratta di una dichiarazione simbolica, ma del pilastro su cui poggia l’intero sistema repubblicano. Tutte le forze politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente lo riconobbero come un diritto naturale e fondativo della dignità umana.
Potrà sembrare una banalità, penserete: in nessun paese del mondo è “vietato” lavorare. Ma in Italia, nei fatti, lavorare è spesso reso impossibile o scoraggiato dalla legge stessa. È possibile farlo solo rispettando una fitta rete di adempimenti burocratici, che alimentano un esercito di “lavoratori della carta”: i burocrati.
A cosa serve, nelle intenzioni del legislatore, tutta questa burocrazia? A combattere l’evasione fiscale, si dirà. Ma l’evasione è già perseguita da specifiche leggi. E allora perché colpire anche chi lavora, magari in modo irregolare ma in buona fede?
Prendiamo il caso di alcuni operai intenti a raccogliere ciliegie. Una verifica ha riscontrato irregolarità documentali, e anziché procedere con una regolarizzazione e il recupero delle imposte dovute, è scattata una multa da oltre 22.000 euro al datore di lavoro, e l’immediato allontanamento dei lavoratori. Nessuna considerazione per la proporzione della violazione. Nessun contraddittorio. Nessuna possibilità di difesa. Con buona pace della Costituzione.
La raccolta delle ciliegie non è un gioco: un operaio esperto può arrivare, in sei ore, a raccoglierne 30 chili al massimo. Con un costo medio giornaliero di 100 euro per lavoratore, il solo costo della raccolta ammonta a oltre 3 euro al chilo. Poi ci sono da coprire i costi annuali dell’azienda, il confezionamento, il trasporto, la distribuzione e i margini di guadagno di ogni attore della filiera. Così le ciliegie arrivano sugli scaffali a prezzi che, spesso, sembrano ingiustificabili.
Nel frattempo, esistono migliaia di extracomunitari disponibili a lavorare, ma con scarsa produttività a causa della barriera linguistica e della non conoscenza delle nostre regole. Non è certo nei “campi di concentramento” — spesso mascherati da strutture di accoglienza — che troveremo la soluzione. Queste persone vanno inserite nei circuiti produttivi reali, seguendo le loro attitudini, per permettere loro di imparare la lingua e integrarsi davvero.
E questo compito spetta alle microimprese, spesso le uniche capaci di formare sul campo. Un compito essenziale, che dovrebbe essere incentivato e sostenuto dallo Stato, anche economicamente. Invece no: si preferisce colpirle con multe e adempimenti soffocanti.
I funzionari che eseguono i controlli applicano le leggi così come sono, certo. Ma la domanda è un’altra: quali leggi devono essere applicate? Quelle costituzionali o quelle imposte da governi recenti, forse lontani dalla realtà dei territori?
Il compito che ci attende è epocale: includere milioni di persone escluse dal mondo del lavoro, italiani e stranieri, con rispetto e intelligenza, come faremmo con un amico o un figlio. Dobbiamo farlo abbattendo costi e mantenendo in vita le imprese, non certo chiudendole o criminalizzandole.
Perché il diritto al lavoro in Italia non può restare solo sulla carta.
