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Sport e identità: il caso Hernandez e il cambio di rotta sul caso Khelif

Il dibattito sull’inclusione degli atleti transgender negli sport femminili si riaccende con il caso di AB Hernandez. Arriva la conferma: la campionessa Khelif è biologicamente un uomo.

4 Giugno 2025

Sharon Persico

Venerdì scorso, AB Hernandez, atleta transgender, ha conquistato la medaglia d’oro nel salto in alto e nel salto triplo femminile durante il campionato di atletica leggera delle scuole superiori della California. Un risultato che ha immediatamente sollevato polemiche, proteste e l’attenzione mediatica nazionale.

Secondo quanto riferito da Fox News Digital, almeno una persona è stata arrestata durante le proteste: si tratta di un attivista LGBTQ, accusato di aver infranto il finestrino di un’auto con un’asta di bandiera.

Hernandez ha condiviso il podio con due ragazze, ma la questione non è passata inosservata. Le parole di Donald Trump non si sono fatte attendere: “Il democratico di sinistra radicale Gavin Newsom continua a permettere ILLEGALMENTE agli uomini di competere negli sport femminili”.

La tensione è ormai palpabile, la partecipazione di atleti transgender nelle categorie femminili è diventata uno dei temi caldi del dibattito pubblico americano, dividendo l’opinione tra chi rivendica il diritto all’identità di genere e chi denuncia una disparità biologica evidente.

Ma non è solo il caso Hernandez a far discutere.  Secondo nuove dichiarazioni ufficiali, Khelif sarebbe un uomo biologico.

Un ritorno all’“ovvio”. Una svolta che solleva inevitabilmente due interrogativi:

1.Se fino a oggi Khelif ha gareggiato come donna, vincendo contro avversarie biologicamente femmine, si può parlare di una forma di violenza sportiva?

2. Ora che la sua identità biologica è stata ufficializzata, potrà finalmente misurarsi con avversari uomini? C’è chi, nel mondo della boxe maschile, lo aspetta già sul ring per verificare il suo reale valore atletico.

In molti chiedono la restituzione delle medaglie e dei premi vinti da Khelif. Una richiesta che non nasce solo dall’indignazione sportiva, ma da un senso di giustizia per tutte le atlete che si sono trovate a competere in condizioni di svantaggio.

Il caso Khelif riapre una ferita aperta nello sport occidentale, dove, per anni, la narrazione dominante ha negato l’evidenza biologica, accettando ciò che per milioni di persone – e atlete – era insostenibile.

E se il tempo è davvero un “gran signore”, come qualcuno scrive, allora forse il giudizio della storia sarà implacabile non solo per chi ha mentito, ma anche per chi ha costruito un sistema valoriale su fondamenta ideologiche e non sulla realtà.