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Gaza, l’Europa scende in piazza: blocchi nei porti, cortei e appelli contro il genocidio

Da Genova a Bruxelles, cresce la mobilitazione civile contro la guerra nella Striscia. ONG e cittadini chiedono l’embargo sulle armi e sanzioni a Israele. A Roma, corteo record lo scorso 7 giugno.

16 Giugno 2025

Sharon Persico

L’Europa si mobilita per Gaza. Porti bloccati, cortei affollati e un crescente fronte civile chiedono la fine dell’offensiva militare israeliana nella Striscia. La richiesta è chiara: embargo immediato sulle armi, stop al genocidio in corso e misure concrete da parte dei governi europei.

Porti sotto pressione: lo sciopero dei portuali italiani contro il traffico di armi verso Israele

 

La protesta approda nei luoghi simbolo del transito bellico europeo: i porti. A Genova, uno dei più importanti hub logistici del Mediterraneo, i lavoratori del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), affiancati dall’Unione Sindacale di Base (USB), hanno dato vita a uno sciopero per bloccare il carico e il transito di materiali bellici destinati a Israele. L’azione, che ha avuto ampio risalto internazionale, ha impedito il passaggio di almeno 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici, destinati a Tel Aviv.
Una protesta analoga si è svolta anche a Marsiglia, segno di una mobilitazione transnazionale in crescita. “I portuali non sono complici di guerre e genocidi”, è stato il messaggio veicolato dagli striscioni e rilanciato dai comunicati stampa. Le sigle sindacali chiedono un embargo immediato e totale sul commercio di armi con Israele, accusando l’Europa di essere “partner silente” di una pulizia etnica in corso. La protesta si collega a un’ondata internazionale di boicottaggio etico che include università, ONG, artisti e collettivi indipendenti.


Università e ONG in prima linea: la società civile italiana si solleva

Le aule universitarie si trasformano in spazi di resistenza civile. A Roma, Napoli, Bologna e Milano, studenti e docenti hanno dato vita ad assemblee permanenti, presidi, letture pubbliche e flash mob per denunciare la complicità delle istituzioni accademiche con industrie belliche e politiche filo-israeliane. Gli studenti di Sapienza, Federico II e Statale di Milano chiedono la fine di ogni collaborazione con aziende come Leonardo e Thales, attive nella produzione di sistemi d’arma utilizzati nella Striscia.

Accanto a loro, numerose ONG rilanciano un appello rivolto al governo italiano e all’Unione Europea: sospendere immediatamente l’invio di armi a Israele. Amnesty International, Oxfam, Emergency e Medici Senza Frontiere denunciano le gravi violazioni del diritto internazionale umanitario da parte dell’esercito israeliano, parlando apertamente di crimini di guerra.
Le ONG chiedono anche un’indagine indipendente sul ruolo delle aziende italiane e sollecitano l’Italia a seguire l’esempio di Paesi come la Spagna, che ha bloccato l’export di armi verso Israele. Il dissenso cresce anche nelle comunità religiose e nelle reti cattoliche di base, in un fronte comune che unisce laico e spirituale.


Roma, 7 giugno: una piazza trasversale per Gaza

Sabato 7 giugno, Roma è stata attraversata da uno dei più imponenti cortei per la Palestina mai registrati in Italia. La manifestazione, promossa da una coalizione ampia che include Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e decine di associazioni della società civile, ha riunito centinaia di migliaia di persone. Gli organizzatori parlano di oltre 300 mila partecipanti, mentre le stime ufficiali della questura si fermano a 50 mila.
Il corteo è partito da Piazza Vittorio e ha raggiunto Piazza San Giovanni, in un mare di kefiah, bandiere palestinesi e cartelli con scritto “Stop al genocidio”.
Dal palco si sono alternati artisti come Paolo Fresu, che ha aperto la marcia con le note di Bella Ciao, e leader politici come Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. “Non possiamo restare in silenzio davanti a una pulizia etnica trasmessa in diretta mondiale”, ha dichiarato Schlein. Nessun incidente, atmosfera partecipata e forte richiamo alla responsabilità politica dell’Europa.
La manifestazione ha segnato un punto di svolta nel dibattito pubblico italiano, portando la questione palestinese fuori dal recinto dell’attivismo militante e rendendola centrale anche nell’agenda dei partiti progressisti.


Bruxelles e L’Aja: la marea rossa scuote l’Europa

Domenica 9 giugno, mentre in Italia si votava per le Europee, oltre 100 mila persone si sono riversate per le strade di Bruxelles, in quella che è stata definita la più grande manifestazione per Gaza mai vista in Belgio. Organizzata da una vasta rete di ONG – da Amnesty a Solidaris – la “marea rossa” ha attraversato il cuore del quartiere europeo con un messaggio forte: “Il governo belga deve fermare il genocidio”.
Secondo la polizia, i partecipanti erano circa 75 mila, ma le associazioni parlano di almeno 110 mila presenze. Tra le richieste principali: l’imposizione di sanzioni economiche a Israele, il riconoscimento del crimine di genocidio e la fine della cooperazione militare.
Quasi in contemporanea, a L’Aja, si è svolta una marcia gemella con 150 mila partecipanti. Il premier olandese dimissionario Dick Schoof ha commentato su X: “Vi vediamo e vi sentiamo. Il nostro obiettivo è lo stesso: fermare la sofferenza a Gaza il prima possibile”.
Due capitali europee che, simbolicamente, pongono il tema della Palestina al centro del cuore istituzionale dell’Unione.


Una frattura che attraversa l’Europa

Le piazze d’Italia, del Belgio, dell’Olanda raccontano una frattura sempre più visibile tra i governi e le opinioni pubbliche. Da una parte, esecutivi paralizzati da alleanze geopolitiche, interessi industriali e convenienze diplomatiche. Dall’altra, cittadini, studenti, lavoratori, medici, religiosi e artisti che gridano a gran voce la parola che più di tutte sembra scomoda nei palazzi del potere: genocidio.

Mentre le cancellerie europee esitano, la società civile costruisce una narrazione alternativa, fatta di coscienza e disobbedienza. I porti si chiudono, le aule si riempiono, le strade si colorano di solidarietà. In mezzo, resta la domanda fondamentale: può l’Europa continuare a guardare altrove?
Oppure, come già avvenuto in altri momenti oscuri della storia, sarà la pressione del popolo a spingere le istituzioni verso una presa di responsabilità che oggi pare ancora lontana?

Per ora, resta il rumore delle piazze, dei corpi, delle voci e di quel vento ostinato che in tutta Europa continua a soffiare contro la complicità e il silenzio delle cancellerie.