Sanzioni USA contro Francesca Albanese: la relatrice ONU che accusa Israele e le aziende americane
L’amministrazione Trump impone sanzioni a Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Nel mirino il suo ultimo rapporto, che accusa oltre 45 aziende, tra cui colossi USA, di trarre profitto dalla guerra a Gaza.
10 Luglio 2025
Sergio Angrisano
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro Francesca Albanese, giurista italiana e relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. La decisione, annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio, rappresenta un grave precedente diplomatico nei confronti di un funzionario delle Nazioni Unite, accusato formalmente di antisemitismo e di condurre una “campagna di guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele”.
Al centro dello scontro vi è il recente rapporto di Albanese, intitolato Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, presentato al Consiglio dei diritti umani dell’ONU. Nel documento, la relatrice denuncia come oltre 45 aziende internazionali, tra cui molte statunitensi, traggano profitto dall’occupazione israeliana e dalle operazioni militari nella Striscia di Gaza. L’accusa è diretta: complicità economica in presunti crimini contro l’umanità, inclusa la fattispecie di genocidio secondo la Convenzione del 1948.
Secondo indiscrezioni, le sanzioni USA contro Francesca Albanese prevedono il divieto d’ingresso negli Stati Uniti e il congelamento di eventuali beni nel paese. Nonostante l’assenza di un commento ufficiale, Albanese ha dichiarato ad Al Jazeera:
«No comment sulle tecniche di intimidazione in stile mafioso».
Le aziende sotto accusa
Il rapporto ONU redatto da Albanese evidenzia il ruolo delle industrie belliche nella fornitura di armamenti all’esercito israeliano. In particolare, vengono citati i produttori del caccia F-35 – usato da Israele per bombardamenti a Gaza – come Lockheed Martin, con menzione anche della partecipazione dell’italiana Leonardo alla catena di produzione.
Le critiche si estendono poi al settore tecnologico. Colossi come Google, Microsoft, Amazon, IBM e Palantir vengono accusati di vendere tecnologie “dual use”, formalmente civili ma potenzialmente utilizzabili per fini militari e di sorveglianza. Alphabet, holding di Google, ha replicato che i suoi contratti con Israele sono destinati a usi esclusivamente civili.
Nel mirino anche il settore delle infrastrutture e dei trasporti: Caterpillar e Volvo vengono indicate per la vendita di bulldozer impiegati nella demolizione di abitazioni palestinesi. Infine, istituti finanziari internazionali come Barclays e BNP Paribas sono accusati di aver sostenuto economicamente Israele attraverso l’acquisto di titoli di Stato.
Il clima di tensione internazionale si è aggravato da febbraio 2024, quando Israele ha vietato a Francesca Albanese l’ingresso nel paese. La sua figura è diventata simbolo della resistenza giuridica e diplomatica alla guerra di Gaza, nonché bersaglio di campagne di delegittimazione. Più recentemente, la task force statunitense contro l’antisemitismo ha sollecitato la sua rimozione dall’incarico.
Il dipartimento di Stato giustifica le sanzioni con due motivazioni principali: l’appoggio dato da Albanese alla Corte Penale Internazionale, che ha avviato indagini su Netanyahu e altri vertici israeliani, e la presunta “minaccia alla sovranità americana” legata alle accuse mosse alle aziende statunitensi.
Ma la risposta di Albanese, pur contenuta, è incisiva. Il rapporto si chiude con una richiesta netta: sanzioni internazionali contro Israele, embargo sulla vendita di armi e congelamento dei beni per tutte le entità coinvolte nella distruzione del popolo palestinese.
La vicenda apre un fronte delicato nella diplomazia internazionale, mettendo in discussione il ruolo delle Nazioni Unite come organismo imparziale di tutela dei diritti umani. Il caso Albanese dimostra quanto possa essere rischioso, oggi, denunciare le complicità economiche nella guerra e invocare giustizia secondo il diritto internazionale.
Le sanzioni USA contro Francesca Albanese rischiano di diventare un precedente pericoloso, soprattutto se si considera che le sue denunce non provengono da un attivismo ideologico, ma da un incarico istituzionale e da documentazioni accurate sottoposte a verifica pubblica.
Il conflitto a Gaza continua a causare migliaia di vittime civili, ma il messaggio che sembra emergere è chiaro:
chi prova a raccontare la verità con strumenti giuridici internazionali può pagare un prezzo molto alto.
