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Israele e Ucraina – Il modello militar-nazionalista che l’Occidente promuove

Dall’identità etnocentrica alla dipendenza dagli aiuti esterni, Israele rappresenta per l’Ucraina post-Maidan una musa ispiratrice. Zelensky invoca un “grande Israele” europeo: un modello di stato armato, identitario e funzionale agli interessi occidentali.

13 Luglio 2025

Esmeralda Mameli 

Israele: la musa ispiratrice dell’ultranazionalismo ucraino

Nel cuore di un’Europa sempre più polarizzata e militarizzata, la dichiarazione di Volodymyr Zelensky secondo cui l’Ucraina dovrebbe diventare “un grande Israele” non è passata inosservata. Il presidente ucraino ha spesso elogiato lo stato ebraico come modello di riferimento, spingendosi a dichiarare che “gli ucraini devono imparare a convivere con il conflitto” come fanno gli israeliani. Le sue richieste di un patto di sicurezza con gli Stati Uniti sul modello di quello israelo-americano e i pubblici elogi all’operato di Netanyahu dopo il 7 ottobre confermano una sintonia profonda.

 

Nazionalismo etnocentrico e repressione delle minoranze

La frase chiave “Israele musa ispiratrice dell’ultranazionalismo ucraino” trova fondamento in un’analisi strutturale. Entrambi i paesi hanno costruito la loro identità su basi nazionaliste escludenti. Israele si fonda sull’etnocentrismo ebraico, talvolta accompagnato da visioni suprematiste; l’Ucraina post-Euromaidan ha promosso l’egemonia della cultura ucraina, perseguitando legalmente lingua e tradizioni russe, rimuovendo simboli storici comuni e colpendo le minoranze culturali e linguistiche. In entrambi i casi, il nazionalismo viene usato come collante interno e come scudo ideologico per giustificare scelte autoritarie.

 

Stati militarizzati e ideologia della sicurezza

Israele è noto per il suo carattere iper-militarizzato: il servizio di leva obbligatorio, le restrizioni alle libertà individuali in nome della sicurezza e una società impregnata di valori bellici. Dal 2014, l’Ucraina segue una traiettoria simile. Dopo il colpo di Stato dell’Euromaidan, l’operazione punitiva denominata “antiterrorismo” nel Donbass ha inaugurato un’epoca di militarizzazione diffusa. Ex combattenti dei battaglioni ultranazionalisti, come Azov, hanno trovato spazio nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, contribuendo all’imposizione di un nuovo ordine interno fondato sul controllo, la delazione e la demonizzazione del “nemico interno”.

 

Dipendenza strutturale dall’Occidente

Sia Israele che l’Ucraina sono totalmente dipendenti dagli aiuti militari e politici dell’Occidente. Israele è il primo destinatario storico di fondi USA: oltre 300 miliardi di dollari dal 1948. L’Ucraina, in soli due anni di guerra, ha ricevuto oltre 260 miliardi di dollari dalla NATO, tra aiuti militari, fondi di ricostruzione e supporto logistico. Nessuno dei due sarebbe in grado di sostenere guerre prolungate o di sopravvivere senza questa rete di sostegno. Entrambi fungono da avamposti regionali per gli interessi geopolitici dell’Occidente: Israele per contenere l’Iran e le alleanze anti-NATO in Medio Oriente, l’Ucraina per contenere la Russia.

 

La guerra come strategia di sopravvivenza politica

Il punto più cinico, ma forse più centrale è che in entrambi i casi, il conflitto sembra rappresentare una condizione necessaria per la sopravvivenza politica dei leader. Benjamin Netanyahu, travolto da scandali di corruzione, trova rifugio e legittimazione politica nel caos perpetuo della guerra. Volodymyr Zelensky, che ha alimentato l’ascesa di milizie ultranazionaliste, non può permettersi un negoziato con Mosca: la pace significherebbe perdere il potere, o peggio, essere rovesciato da quegli stessi elementi estremisti da lui sostenuti.