Cronaca estera

Netanyahu avrebbe potuto fermare la guerra a Gaza nel 2024 – L’inchiesta del New York Times svela il prezzo del potere

Un’inchiesta del New York Times rivela come il premier israeliano abbia rinunciato consapevolmente a una tregua con Hamas per salvaguardare la propria leadership, prolungando una guerra costata oltre 55.000 vite umane.

13 Luglio 2025

Esmeralda Mameli 

Secondo una dettagliata inchiesta pubblicata dal New York Times, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe avuto l’opportunità concreta di porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza già nella primavera del 2024. Per salvaguardare la propria leadership e mantenere unita la coalizione di governo con l’estrema destra, il premier israeliano avrebbe scelto deliberatamente di rinunciare a un accordo di tregua con Hamas. A sostegno di questa ricostruzione, il reportage si basa su oltre 110 interviste con funzionari israeliani, statunitensi e arabi, nonché su documenti riservati, trascrizioni e corrispondenze diplomatiche.

Nel mese di aprile 2024, sei mesi dopo l’inizio del conflitto, Israele e Hamas, grazie alla mediazione di Egitto e Qatar, erano vicini a un’intesa che prevedeva una tregua di sei settimane e l’avvio di negoziati per una cessazione definitiva delle ostilità. Il piano comprendeva anche il rilascio di oltre 30 ostaggi israeliani, con la possibilità di liberare tutti i prigionieri in cambio della stabilità sul fronte militare.

Un’opportunità storica era all’orizzonte: la fine delle ostilità avrebbe potuto aprire la strada a un accordo di pace senza precedenti con l’Arabia Saudita. Riad aveva espresso la disponibilità ad avviare un processo di normalizzazione con Israele, a patto che la guerra a Gaza cessasse. Un simile accordo avrebbe rafforzato Israele sul piano geopolitico e consegnato a Netanyahu un lascito politico di portata storica.

Il fragile equilibrio della coalizione di governo israeliana dipendeva dal sostegno dei ministri ultranazionalisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, entrambi radicalmente contrari a qualsiasi dialogo con i palestinesi. Smotrich, in particolare, durante una riunione cruciale del gabinetto il 17 aprile 2024, minacciò apertamente Netanyahu: «Se verrà approvato un accordo come questo, non avrete più un governo». Temendo il collasso dell’esecutivo, Netanyahu fece dietrofront e ordinò ai suoi collaboratori di non presentare il piano di tregua, negando pubblicamente persino la sua esistenza.

Le conseguenze di questa scelta furono devastanti. La guerra non solo proseguì, ma divenne la più lunga e sanguinosa della storia moderna di Israele. Secondo l’inchiesta, oltre 55.000 persone persero la vita, tra cui quasi 10.000 bambini. Gaza fu quasi completamente distrutta e due milioni di palestinesi rimasero sfollati. La crisi umanitaria assunse proporzioni catastrofiche.

Il reportage del New York Times prosegue evidenziando come Netanyahu abbia prolungato il conflitto anche in fasi successive, nonostante i vertici dell’Esercito israeliano e l’amministrazione statunitense ritenessero conclusi gli obiettivi militari. Ogni volta che Hamas si dichiarava disposto al compromesso, il premier inseriva nuove condizioni, facendo fallire i negoziati. Un esempio lampante risale al luglio 2024, quando Netanyahu chiese improvvisamente il controllo israeliano sul valico di Rafah con l’Egitto, interrompendo così ogni trattativa.

Ma il quadro che emerge è ancora più inquietante. Le motivazioni di Netanyahu, secondo il quotidiano statunitense, erano anche di natura personale. Dal 2020, infatti, il premier è coinvolto in un processo per corruzione e abuso di potere. Restare al potere gli ha permesso di ritardare l’iter giudiziario, sostituire il procuratore generale e riorganizzare i vertici del sistema giudiziario. La guerra, dunque, avrebbe rappresentato anche un paravento per proteggere la propria posizione legale.

Già prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’intelligence israeliana aveva avvertito Netanyahu su un imminente rischio legato alla crisi interna provocata dalla riforma giudiziaria da lui promossa. Il premier avrebbe ignorato gli avvertimenti per non incrinare i rapporti con i partiti ultraortodossi e nazionalisti.

L’inchiesta del New York Times sottolinea come Netanyahu abbia rifiutato la possibilità di formare un governo di unità nazionale dopo l’attacco del 7 ottobre, scegliendo di restare legato alla destra estrema. Una decisione che ha aggravato l’isolamento internazionale di Israele, culminato in un’indagine per genocidio avviata dalla Corte Penale Internazionale, in un mandato d’arresto contro lo stesso Netanyahu e gli ha consentito di mantenere saldamente il potere.

Il conflitto a Gaza, oggi considerato una delle più gravi catastrofi umanitarie del XXI secolo, ha causato distruzioni incalcolabili e ha minato la reputazione internazionale dello Stato di Israele. Eppure, conclude l’inchiesta, per Netanyahu il bilancio è paradossalmente positivo: ha superato la crisi interna, consolidato la propria leadership e risulta ora favorito per le elezioni israeliane del 2026.