attualitàEconomia

Le multinazionali? Troppo grandi per esistere

21 Luglio 2025

Canio Trione

 

 

Evidenza L’opinione

Le multinazionali? Troppo grandi per esistere

Canio Trione

Il prezzo dell’ordine di venti centesimi per un chilo di pomodori da industria (quelli che servono per fare la salsa che si compera al supermercato) di cui abbiamo parlato da queste colonne nei giorni scorsi, ha fatto scandalo.

Alcuni nostri lettori ci hanno scritto increduli, uno di loro ci ha fatto una domanda impertinente: “che voi sappiate se il prezzo di acquisto della materia prima raddoppiasse e si portasse a quaranta centesimi il chilo, il prezzo del prodotto finito si porterebbe dagli attuali tre o quattro euro a tre euro e venti centesimi per confezione oppure raddoppia?”

Riteniamo che nella ipotesi di un raddoppio del costo della materia prima il prezzo finale raddoppierebbe anch’esso; ma non ne abbiamo la certezza. Ma se fosse così sarebbe cosa gravissima; ma la questione a parer nostro è ancora più seria e sta nella totale sudditanza del produttore verso l’industria che impone un prezzo concordato da loro con chissà chi e il produttore ha solo la libertà di accettare oppure no. Questa dittatura è presente in ogni angolo di questo settore che è vitale per la vita dei veri lavoratori che sono i piccoli contadini privi di diritti ma destinatari solo di doveri. Questa dittatura favorita dalla mitezza delle vere classi lavoratrici (ripeto: lavoratori autonomi e partite Iva e loro dipendenti) è assolutamente fuori da ogni canone culturale e di civiltà. Quindi serve che vi siano altre industrie in concorrenza tra di loro e con quella maggiore; cioè che ci sia la possibilità di una alternativa commerciale: un numeroso gruppo di imprese trasformatrici che però non si accordino tra di loro o con le altre se no siamo allo stesso punto. È evidente che non è facile verificare tutto ciò e quindi il mercato di fatto non esiste se non sottoforma di un monopolio mascherato o un oligopolio che impone il prezzo con il risultato che si finisce con l’abbandonare le terre (prima) e la Puglia (dopo) lasciando che capitali esteri si fregino della nostra tradizione e cultura asserendo di essere loro i depositari delle nostre prelibatezze. Questa è la fotografia di quanto sta accadendo.

Contemporaneamente un’altra multinazionale, la Stellantis, pare stia lasciando quel che resta delle sue produzioni in Italia per concentrare maggiormente le sue attività in Marocco. Cioè si persegue competitività senza andare per il sottile: basta arraffare danari pubblici dal Marocco o da altri, come anche arraffare materie prime agricole o lavoratori a buon prezzo (rassegnati alla loro condizione di mera sopravvivenza) o acqua e energia e finanziamenti a quasi niente… l’importante è che si lasci il meno possibile sul territorio perché la maggior parte degli introiti deve andare altrove.

È cioè da attendersi -per tornare al caso di partenza- che qualora in Italia i pomodori dovessero essere troppo cari le multinazionali della salsa potrebbero importarli o trasferire le loro attività in Africa o altrove. Cioè la multinazionale secondo la politica e la legge attuale deve guadagnare sempre; mentre il resto dell’economia deve stare ai suoi diktat: senza arraffare la multinazionale non sopravvive. Cioè, come dice Obama, “sono troppo grandi per fallire” e quindi -secondo loro- conviene rassegnarsi: rimarremo sempre come degli agrumi da spremere. Questa è la tesi mondialista tanto cara alle sinistre ma non avversata dalle destre.

Che si fa? Seve chiedersi: il valore aggiunto chi lo fa? All’interno del processo produttivo chi crea valore veramente? Quale è l’elemento irrinunciabile delle filiere multinazionali? Le macchine che trasformano e trasportano o le persone e le materie prime? Che si produca benzina o salsa, automobili o energia come si fa a produrre competitivamente? Sono le materie prime a buon prezzo che arricchiscono i ricchi. Il petrolio non lo pagano, il minerale di ferro non lo pagano, i pomodori non li pagano, ecco che solo così si arricchiscono.

Possiamo quindi dichiarare a chiare lettere e senza dubbio che le imprese multinazionali non producono sviluppo economico ma promuovono povertà e subalternità.

Non solo: a chi vendere remunerativamente se si deve vendere ai percettori dei miseri redditi elargiti dalle stesse multinazionali? Chi deve coprire la spesa pubblica se a operare rimangono prevalentemente multinazionali che notoriamente pagano le tasse dove gli conviene?

Quindi le multinazionali non hanno un ruolo creativo di ricchezza ma sono prevalentemente parassitarie lucrando sulle materie prime, sugli stati cui contribuiscono poco e pretendono molto, sui dipendenti in quanto vanno ad allocarsi dove il costo del lavoro è più basso, mentre collocano il prodotto finito nei mercati opulenti rappresentando quel loro prodotto come il meglio che c’è laddove le produzioni massive non garantiscono qualità elevate quasi mai se non che a costi proibitivi. Cioè trasferiscono su altri i loro problemi mentre intascano tutti i ricavi.

Alla luce di tutto ciò serve ripensare alle fondamenta l’economia quale la conosciamo per rimettere al centro il lavoro cominciando dall’autoimpiego e dalla micro e piccola impresa che regge sulle proprie spalle non solo lo stato, ma anche le multinazionali cominciando dalle bancarie e finanziarie.

Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore