Paghiamo tutti ma incassano pochi
23 Luglio 2025
Canio Trione
Quando un imperatore romano conquistava una regione imponeva delle tasse che poi si spendevano a Roma o dove l’imperatore decideva. Si prendeva da tutti e si spendeva dove l’imperatore decideva. Era il “potere” ed era il destino delle colonie che sarà replicato molte volte nella Storia. Spesso Roma decideva di costruire un acquedotto o una strada o qualunque altra cosa in una parte anche remota dell’Impero ma il potere decisionale e quindi il potere tout court stava a Roma. Stessa cosa accadeva per le persone. I vinti venivano portati nel centro dell’Impero per lavorare per il vincitore come schiavo; cioè, pur con vitto e alloggio a carico del padrone, rimaneva a disposizione di questo e veniva integrato nella società del vincitore; dopo alcune generazioni nessuno ricordava più la cultura di provenienza perché si era divenuti romani e si era fieri di esserlo; ci si convinceva che il più forte era anche il migliore. Sistema che oggi viene percepito come primitivo ed incompatibile con i dettami minimi della nostra civiltà ma che aveva il pregio di essere esplicito e non ipocritamente celato dietro finte uguaglianze sociali ed economiche.
Molte cose le ritroviamo pari pari oggi.
Dal momento della Unità d’Italia la legge fiscale è stata unitaria per tutti gli italiani ma la spesa è stata indirizzata solo al Nord come se questo avesse vinto una guerra di conquista di una nuova colonia. I Savoia avviarono la costruzione dell’Acquedotto Pugliese (come tantissime altre opere pubbliche) al Sud ma questo non toglie che la massima parte della spesa era effettuata altrove che non al Sud e nelle aree interne oggi in via di spopolamento; fenomeno progressivamente aggravato con la seconda Repubblica dominata dalla idea della efficienza ad ogni costo e quindi rigore per le spese improduttive come ritenevano fosse quella destinata ai centri minori interni e montani; fino ad arrivare ai giorni nostri ove chi non regge la competizione internazionale deve soccombere e nessuno deve aiutarlo: una specie di resa incondizionata dello stato che così confessa di non avere una idea di economia fuori dai canoni imposti dalle multinazionali, dalla finanza e dalla “filosofia” della competizione globale sempre e comunque. In questa ottica e “liberamente” i nostri ragazzi ma anche molti adulti vanno altrove a lavorare per l’arricchimento di altri e nella maggior parte dei casi ricevono una mercede da sopravvivenza ed in ogni caso devono integrarsi cioè perdere il bagaglio culturale di provenienza per abbracciare la “filosofia” efficientista nordica; molti dei più accaniti nordisti sono di provenienza meridionale.
Così anche il commerciante o il contadino (quindi un autonomo) di una Terra lontana da centri abitati e ricchi, deve subire i prezzi decisi tutti i giorni nelle borse nordamericane e i lavoratori perdono il posto perché il loro stipendio è molto più alto di quello pagato al suo collega africano o asiatico.
Questa che abbiamo chiamato “filosofia” della competizione e della efficienza sempre e comunque è talmente diffusa e incontestata ed apparentemente incontestabile da essere percepita come “ovvia”: il vero e proprio nuovo Vangelo che sostituisce quello vecchio fatto di perdono e carità, preghiere e Fede che -si dice oggi- non dà da mangiare a nessuno.
Il risultato non è però senza controindicazioni: gli stessi mondialisti denunziano il degrado ambientale che va di pari passo proprio con la efficienza e la crescita del consumo che ne è l’obiettivo; né si può fare finta di non vedere come crescano gli esclusi dal banchetto planetario; la concentrazione smodata della ricchezza non solo non ha alcun senso anche per i ricchi ma non porta nulla a nessuno; lo stesso equilibrio psichico che secoli fa nessuno pensava potesse venire meno è fortemente traballante nella maggioranza della popolazione che non sa più come utilizzare la propria libertà. Un disastro incredibile che nessun maitre à penser aveva mai denunziato. Ed è un disastro così profondo e diffuso da inficiare alle fondamenta l’esistenza stessa del nostro modello di società ed economia.
Se non si risponde subito alla domanda di nuovo sistema economico per le aree periferializzate e spopolate l’intera economia attuale collasserà senza che vi sia una alternativa valida.
