Procida l’isola delle bici in libertà
Un tempo c’erano i carretti e le bici, oggi sfrecciano ovunque mezzi silenziosi e potentissimi. Nostalgia e caos, l’evoluzione della mobilità su un’isola dove la strada era (e forse non è più) di tutti.
25 Luglio 2025
Sergio Angrisano
Eppure c’è stato un tempo in cui la bici era l’unico mezzo per spostarsi, il più sicuro, il più versatile. Era un mezzo di trasporto, non un cavallo d’acciaio con il quale gareggiare. Un tempo non troppo lontano dove le macchine erano poche, pochissime e la strada apparteneva a tutti. Non c’erano clacson, solo il rumore dei pedali e il passo lento dei carretti.
Procida, con una popolazione di circa 10.000 abitanti (per la precisione 10.011 secondo l’ultimo censimento), è un vero gioiello del Mediterraneo.
Il mare fa da cornice ad un meraviglioso lembo di terra. Dodici miglia la separano da Napoli. Un’ isola baciata dal sole, ombreggiata dai pini, ma soprattutto ricca di scorci che incantano l’osservatore. Nei primi anni Cinquanta era percorsa dalle biciclette, dai carretti o da qualche sporadica motocicletta. Oggi, le biciclette restano, sì, ma hanno cambiato anima.
Sull’isola, il mezzo preferito resta la bici, accompagnata da piccoli bus pubblici. Le auto sono così poche che contarle potrebbe essere un passatempo mentre si sfreccia lungo la “Nazionale” (la strada che collega il centro al porto dove ancora si intravedono antichi attracchi). Ma sotto quella stessa ombra dei pini – che nel frattempo si è fatta più rada – il paesaggio è mutato. Le vecchie biciclette a pedali sono state sostituite da una nuova generazione di mezzi: le biciclette elettriche. Una vera e propria invasione silenziosa, ma rapidissima. In molte famiglie procidane se ne contano almeno tre.
Il problema non è l’evoluzione tecnologica, bensì l’assenza di regole. Le e-bike sfrecciano ovunque, spesso contromano e senza alcun rispetto per pedoni o altri mezzi. Il tutto accade in piena luce, sotto lo sguardo distratto – o forse impotente – di chi dovrebbe garantire i controlli. Un’inerzia che, per molti, ha una motivazione elettorale: mettere ordine significherebbe scontentare troppi potenziali voti.
E così, mentre il “progresso” prende velocità, a restare indietro sono proprio quei cittadini che, per scelta o necessità, non utilizzano questi nuovi mezzi. A loro resta la fatica della salita, l’insicurezza dei marciapiedi e il rischio di essere travolti in una strada che sembra sempre meno pubblica e sempre più privatizzata dalla velocità.
I principi di libertà di movimento devono valere per tutti soprattutto per quelle minoranze che hanno deciso di non disporre di questi mezzi sempre più vicini a veicoli a motore anziché alle vecchie romantiche bici .
Buffo, no? La chiamano evoluzione. Lo chiamano progresso.

