Cronaca esteraEconomiaFinanzaPoliticaUncategorized

Serbia, l’oro torna a casa – Belgrado rimpatria tutte le riserve auree dalla Svizzera

Con 50,5 tonnellate di metallo prezioso riportate entro i confini nazionali, la Serbia diventa il primo Paese dell’Europa orientale a detenere l’intero patrimonio aureo al di fuori dei centri finanziari internazionali. Una scelta dettata da sovranità e sicurezza.

25 Luglio 2025

Sharon Persico

In un contesto internazionale segnato da instabilità economica, tensioni geopolitiche e crescente sfiducia nei confronti dei grandi centri finanziari globali, la Serbia compie un passo decisivo verso la piena sovranità economica. La Banca Nazionale di Serbia ha infatti avviato il rimpatrio totale delle riserve auree detenute all’estero, in particolare in Svizzera. Ad oggi, 45,5 delle 50,5 tonnellate totali di oro sono già state riportate nel Paese, mentre le restanti 5 tonnellate saranno trasferite entro breve, chiudendo definitivamente il ciclo di esternalizzazione del metallo prezioso.

Il valore complessivo delle riserve, secondo le stime attuali di mercato, si aggira intorno ai 6 miliardi di dollari. Si tratta non solo di un ingente patrimonio nazionale, ma anche di una risorsa strategica da cui dipende la capacità di reazione del Paese in scenari di crisi globale. Come riportato da Bloomberg e da altre fonti internazionali, la Serbia diventerà così il primo stato dell’Europa orientale a detenere interamente l’oro nazionale entro i propri confini, rinunciando volontariamente a depositi tradizionali come Svizzera, Regno Unito o Stati Uniti.

Il processo di rimpatrio non è improvvisato: secondo fonti della banca centrale serba, il piano è stato avviato nel 2021, ma ha trovato una forte accelerazione dopo gli eventi del 2022, quando la comunità internazionale ha congelato parte delle riserve russe. Un segnale chiaro per molti governi: affidare le proprie riserve auree a entità esterne non garantisce più sicurezza, ma rappresenta un potenziale rischio strategico. La Serbia, consapevole del pericolo, ha scelto la strada dell’autonomia.

Nel panorama europeo, altri Paesi avevano già avviato manovre simili, ma in forma parziale: la Germania ha riportato parte delle sue riserve dalla Fed di New York, così come l’Ungheria, che oggi ne custodisce circa l’86% entro i propri confini. Nessuno aveva mai deciso di riportare il 100% dell’oro nazionale in patria, come sta facendo Belgrado. Un gesto che ha un peso simbolico e politico forte, soprattutto in un’area storicamente legata a influenze esterne e a dinamiche di dipendenza economica.

Le motivazioni dietro la decisione sono esplicitamente dichiarate: proteggere la ricchezza nazionale da potenziali sanzioni, rafforzare la fiducia interna nella politica monetaria e garantire il controllo diretto su un asset che, in tempi di crisi, assume un valore insostituibile. In un mondo che cambia velocemente, dove le valute possono perdere valore e le riserve in dollari o euro non sono più considerate intoccabili, l’oro torna ad essere un simbolo di stabilità e sicurezza.

Il governatore della Banca Nazionale di Serbia ha sottolineato che la scelta non è solo prudente, ma anche lungimirante:

«Quando il mondo è in fiamme, tenere l’oro sotto chiave nel proprio caveau è una strategia affidabile».

È un messaggio chiaro a chi ancora considera il sistema finanziario globale immune da manipolazioni o rischi politici.

Con il completamento del trasferimento, previsto entro poche settimane, la Serbia si colloca come esempio per altri Paesi emergenti che desiderano ridurre la dipendenza da istituzioni estere e rafforzare la propria sovranità economica. In un tempo in cui la geopolitica detta legge anche nei mercati, la custodia dell’oro diventa una dichiarazione di indipendenza.