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La Russia risponde: “Ecco chi ci odia”. L’Italia insorge. E’ davvero una provocazione?

Il Ministero degli Esteri russo pubblica un elenco di dichiarazioni occidentali definite “russofobe”. Tra i citati anche Mattarella, Tajani e Crosetto. Roma reagisce convocando l’ambasciatore russo. Ma cosa c’è davvero scritto nel documento?

31 Luglio 2025

Sergio Angrisano

Il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato nelle scorse ore un documento ufficiale dal titolo inequivocabile: “Esempi di manifestazione di russofobia. Esempi di uso di linguaggio di odio nei confronti della Russia e dichiarazioni russofobiche di politici e attivisti pubblici dei paesi stranieri”.

Un lungo elenco, diviso per anno e per Paese, che raccoglie le frasi pronunciate nel tempo da rappresentanti politici e attivisti occidentali – inclusi numerosi italiani – contro la Russia, il suo governo e il presidente Vladimir Putin.

Nessun insulto, nessuna replica polemica, solo una lista di dichiarazioni considerate dal Cremlino come “esempi evidenti di russofobia occidentale” e violazioni del principio di tolleranza sancito dall’ONU nella risoluzione sull’incitamento all’odio. In Italia però è scoppiato il caos. Il quotidiano La Repubblica – in un articolo firmato da Rosalba Castelletti, nota per le sue posizioni fortemente critiche verso Mosca – ha parlato di “gogna pubblica” e “propaganda russa”, puntando il dito contro l’inserimento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella tra i nomi citati.

Immediate le reazioni del governo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di “provocazione inaccettabile contro l’Italia e il suo popolo”, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso “solidarietà a Mattarella, Tajani, Crosetto e a tutti coloro che sono stati destinatari di questa inaccettabile provocazione”, ribadendo la linea atlantista del Paese:

“L’Italia ha scelto con fermezza di stare al fianco dell’Ucraina di fronte alla brutale guerra di aggressione scatenata dalla Russia tre anni fa”.

La Farnesina è arrivata a convocare l’ambasciatore russo a Roma, definendo il documento “una grave intromissione” negli affari interni italiani. Ma si tratta davvero di intromissione? O semplicemente Mosca ha scelto di documentare, senza giri di parole, ciò che ha sempre definito come un clima diffuso di ostilità mediatica e politica nei suoi confronti?

Il testo del Ministero russo, pubblicato in diverse lingue sul sito ufficiale, recita:

“I rappresentanti dell’establishment politico occidentale e del regime di Kiev, di anno in anno, nei loro discorsi pubblici pare vogliano farsi concorrenza nel fervore russofobo. Praticamente ogni giorno nei confronti della Russia e dei suoi popoli viene apertamente usata la ‘lingua dell’odio’. In questa sezione, abbiamo registrato gli esempi più clamorosi di tali discorsi”.

Tra le frasi citate, alcune risultano effettivamente aggressive o sarcastiche: l’uso ricorrente del termine “zar” per riferirsi a Putin, spesso in tono sprezzante o le numerose dichiarazioni che equiparano il governo russo a un regime autoritario, se non a una minaccia globale. Un linguaggio che, secondo Mosca, alimenta un clima di tensione, discriminazione e chiusura nei confronti non solo delle istituzioni russe, ma dell’intero popolo russo.

Molti osservatori si interrogano su una questione fondamentale: se la libertà di espressione vale per l’Occidente, perché non dovrebbe valere per la Russia? È forse inaccettabile che uno Stato straniero compili un dossier con dichiarazioni pubbliche che chiunque può verificare? E perché, allora, l’Italia reagisce in modo così scomposto?

Il dibattito si sposta così dal merito delle dichiarazioni al diritto stesso di Mosca di esprimere dissenso. Chi ha memoria lunga ricorderà quante volte politici italiani abbiano lanciato accuse dure, invettive e talvolta anche epiteti offensivi verso la Russia, senza mai preoccuparsi troppo delle conseguenze diplomatiche. Ora che Mosca risponde, non con un attacco, ma con una raccolta documentale, si grida allo scandalo.

Il nodo, in fondo, è proprio questo: la russofobia occidentale – frase chiave che sintetizza il clima degli ultimi anni – è diventata parte integrante della narrativa politica euro-atlantica. E chi osa metterla in discussione, rischia di essere etichettato come “putiniano”, “filorusso”, o peggio ancora, “nemico della democrazia”. Una semplificazione pericolosa, che impedisce ogni analisi critica del conflitto e dei rapporti internazionali.

Il documento del Ministero degli Esteri russo rappresenta un campanello d’allarme. Non solo per il tono diplomatico scelto, ma per il suo contenuto: un promemoria che il rispetto tra Stati dovrebbe essere reciproco, anche nei momenti di conflitto. L’Italia ha il diritto di criticare, certo, ma non può pretendere l’impunità morale mentre lancia accuse e insulti. E se ora la Russia chiede conto di certe parole, forse il vero scandalo non è la risposta, ma il silenzio che l’ha preceduta.

Di seguito il testo integrale, tradotto in italiano, del briefing di Maria Zakharova del 14 febbraio:

“Durante la sua conferenza del 5 febbraio all’Università di Marsiglia, il Presidente della Repubblica Italiana ha pronunciato diverse affermazioni offensive nei confronti del nostro Paese. Ha tracciato parallelismi storici oltraggiosi e palesemente falsi tra la Federazione Russa e la Germania nazista, invitando tutti a riflettere sul fallimento della politica occidentale di ‘appeasement dell’aggressore’ alla fine degli anni ’30, nel contesto della crisi ucraina in corso. Il Presidente Mattarella ha affermato che le azioni della Russia in Ucraina richiamerebbero presunti progetti del Terzo Reich in Europa.

È strano e assurdo sentire simili menzogne blasfeme provenire dal Presidente dell’Italia, un Paese che conosce bene cos’è il fascismo. Tuttavia, il nostro Paese conosce il fascismo da una prospettiva diversa. I cittadini sovietici furono vittime di un attacco mortale da parte della Germania nazista. Il nostro Paese non solo respinse l’aggres*6666666/sore e sconfisse completamente l’esercito nazista, ma liberò anche l’Europa dal nazismo e dal fascismo, contribuendo successivamente alla ricostruzione dei Paesi europei. Nonostante avessimo un disperato bisogno di aiuto, aiutammo generosamente gli altri.

Il regime fascista di Benito Mussolini fu un fedele alleato della Germania nazista, firmando il Patto d’Acciaio, il Patto Anti-Comintern e il Patto di Berlino, e mise a disposizione del Terzo Reich un corpo di spedizione di 235.000 uomini quando quest’ultimo attaccò l’Unione Sovietica nel 1941. Perché il Presidente italiano non ha menzionato tutto ciò nella sua conferenza del 5 febbraio all’Università di Marsiglia? Forse perché non ne era a conoscenza? O forse perché non conosce bene la storia del proprio Paese? Non credo. Il regime di Mussolini è responsabile, al pari dei nazisti, dei crimini di guerra e del genocidio del popolo sovietico durante la Grande Guerra Patriottica.

Il Presidente della Repubblica Italiana dovrebbe anche ricordare che l’Italia, insieme ad altri Paesi della NATO, sta rifornendo di armi letali moderne il regime terrorista e neonazista in Ucraina, fornendo così pieno sostegno a un regime criminale. Il regime di Zelensky si fonda sulle stesse idee anti-umane, seppur in forma diversa, attuate anche con l’aiuto della NATO. Tuttavia, è animato dallo stesso principio: dividere le persone in base a criteri etnici, religiosi, culturali e linguistici. Lo stesso approccio fu promosso da Adolf Hitler e dai suoi complici – ufficiali o collaborazionisti – in tutte le sue forme.

Ma noi conosciamo un’altra Italia. Conosciamo gli italiani che organizzarono il movimento partigiano durante la Seconda guerra mondiale, movimento che includeva prigionieri di guerra sovietici e civili sovietici deportati, i quali combatterono al fianco dei loro compagni italiani contro il fascismo. Sacrificarono la vita per la libertà dell’Italia e per la libertà della loro Patria. Secondo varie stime, tra i 12.000 stranieri che parteciparono alla Resistenza italiana, quasi la metà erano cittadini sovietici. Di questi, 13 furono decorati con onorificenze dello Stato italiano. È vergognoso che il Presidente della Repubblica Italiana non conosca la storia del proprio Paese. Le dichiarazioni di Mattarella offendono non solo la memoria di quei caduti, ma anche quella di tutti gli antifascisti italiani, dei loro discendenti, sia in Russia che in Italia, e di tutti coloro che conoscono la storia e non accettano analogie inappropriate, inaccettabili e criminali.

Tuttavia, non tutti in Italia condividono simili valutazioni odiose. Il 4 febbraio, l’amministrazione della città di Ryazan, in collaborazione con il Consolato Generale della Russia a Genova, ha organizzato la quinta conferenza internazionale “I popoli dell’URSS e dei Paesi europei nella lotta contro il fascismo durante la Seconda guerra mondiale.” Alla conferenza hanno partecipato rappresentanti italiani che conoscono bene la storia, che non solo la apprezzano, ma sono anche pienamente disposti a difendere la verità storica di quegli eventi. Sia la Russia che l’Italia custodiscono con rispetto la memoria dei partigiani sovietici e italiani che hanno sacrificato la vita nella lotta contro la ‘peste del XX secolo'”.

Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore