JD.com conquista MediaWorld e Unieuro -La Cina entra nell’elettronica europea. L’Italia guarda preoccupata ai posti di lavoro
Il colosso cinese JD.com acquista Ceconomy, controllando di fatto MediaWorld e influenzando Unieuro. Garantiti i posti di lavoro per tre anni, ma lo spettro dell’automazione preoccupa i dipendenti italiani.
3 Agosto 2025
Sharon Persico
JD.com ha messo le mani su Ceconomy, la holding tedesca che controlla MediaWorld, MediaMarkt e Saturn, con un’offerta da 2,2 miliardi di euro (4,60 euro per azione). L’operazione, annunciata il 30 luglio 2025, rappresenta ben più di un semplice accordo commerciale: segna l’ingresso strutturato della Cina nel mercato europeo dell’elettronica di consumo e apre una riflessione urgente sul destino dei lavoratori italiani coinvolti. Con oltre 1.000 negozi in 11 Paesi e circa 50.000 dipendenti nel portafoglio, di cui 139 punti vendita in Italia, JD.com acquisisce una capillarità fisica che fino a oggi mancava al suo impero digitale.
Fondata nel 1998 da Richard Liu come 360Buy e ribattezzata JD.com nel 2013, la compagnia è oggi uno dei colossi globali dell’e-commerce, seconda in Cina solo ad Alibaba per volume di transazioni. Il suo modello di business è fortemente verticalizzato: gestisce direttamente magazzini (più di 820) e una flotta di 37.600 veicoli per le consegne, rendendola una delle realtà più strutturate del mondo logistico. Nel 2023, JD.com ha generato ricavi per circa 150 miliardi di dollari (1.080 miliardi di yuan), dimostrando una solidità in grado di sostenere ambiziose operazioni di espansione internazionale.
Attraverso l’acquisizione di Ceconomy, JD.com ottiene non solo la distribuzione fisica ma anche una rilevante fetta di mercato europeo: le controllate della holding tedesca hanno realizzato nel 2024 vendite per 22,4 miliardi di euro, di cui 5,1 miliardi online. Ma c’è di più: Ceconomy detiene anche una quota del 23,4% di Fnac Darty, la società che a sua volta ha acquistato Unieuro, leader nel retail italiano. Questo significa che JD.com, pur non possedendo direttamente Unieuro, eserciterà una forma di influenza indiretta anche su questa catena, ampliando ulteriormente la sua presa sul mercato italiano.
A prima vista, l’accordo sembra garantire continuità: è stato dichiarato che Ceconomy manterrà “autonomia operativa”, inclusi il suo stack tecnologico e gli accordi sindacali in essere. Non sono previsti tagli ai dipendenti né chiusure di sedi operative, almeno per i prossimi tre anni. Il timore è che la progressiva digitalizzazione e automazione dei processi possa portare, nel medio termine, a una razionalizzazione delle risorse umane, soprattutto nei punti vendita fisici. JD.com è nota per le sue sperimentazioni su magazzini automatizzati e delivery robot: la sua visione futura potrebbe non prevedere gli stessi volumi occupazionali attuali.
L’acquisizione ha acceso un dibattito politico anche in Italia. Il governo Meloni ha dichiarato di voler esaminare il dossier e valutare l’eventuale attivazione del “golden power”, lo strumento normativo che consente allo Stato di porre condizioni o bloccare operazioni ritenute sensibili per l’interesse nazionale. Sebbene MediaWorld e Unieuro non appartengano a settori strategici in senso stretto, la crescente influenza cinese in comparti chiave dell’economia europea — dal 5G alla logistica, fino al retail — ha sollevato interrogativi anche sul piano delle relazioni internazionali, in particolare con gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump, se rieletta, potrebbe vedere di cattivo occhio l’avanzata commerciale cinese nell’Unione Europea, con ripercussioni su dazi, accordi bilaterali e alleanze strategiche.
In definitiva, la mossa di JD.com è un segnale forte: la Cina non è più solo la “fabbrica del mondo”, ma punta a diventare anche il negozio. Con l’infrastruttura logistica già saldamente in mano e ora una rete capillare di punti vendita europei, il colosso asiatico può proporre un modello commerciale integrato, tra fisico e digitale, difficilmente contrastabile dai competitor occidentali. Resta da vedere se l’Europa e l’Italia sapranno rispondere con una strategia industriale all’altezza, che tuteli i lavoratori e non svenda, sotto la bandiera del libero mercato, l’ultimo presidio fisico di un settore in piena trasformazione.

