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Al Masri, commedia, tragedia e comiche finali: Meloni archiviata, ma il caso è tutt’altro che chiuso

Il Tribunale dei ministri archivia la posizione della premier, ma chiede il processo per Piantedosi, Nordio e Mantovano. Intanto l’intervista di Piccirillo solleva il confronto tra norma e realpolitik.

8 Agosto 2025

Sergio Angrisano 

Il nuovo capitolo del caso Al‑Masri, il militare libico accusato di tortura e crimini contro l’umanità su mandato della Corte penale internazionale (CPI), ha assunto contorni al tempo stesso drammatici, ironici e paradossali. Arrestato il 19 gennaio dalla DIGOS a Torino e scarcerato il 21 da un cavillo procedurale (la mancata comunicazione al ministero della Giustizia), Al‑Masri è stato immediatamente espulso con un volo di stato verso la Libia.

La vicenda, che ha scosso gli equilibri istituzionali, si è complicata con l’iscrizione nel registro degli indagati della premier Giorgia Meloni, nonché dei ministri dell’Interno Matteo Piantedosi, della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario Alfredo Mantovano, per favoreggiamento e peculato.

Il 4 agosto, il Tribunale dei ministri ha deciso di archiviare la posizione di Meloni, ritenendo che, pur informata, non vi fosse prova di sua partecipazione al “programma criminoso”. È stata formalmente richiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti di Piantedosi, Nordio e Mantovano.

Secondo gli atti trasmessi alla Camera, i tre avrebbero agito consapevolmente per “aiutare Al‑Masri a sottrarsi alla CPI”, e sono contestati reati gravi: favoreggiamento aggravato (per tutti e tre), peculato aggravato (per Piantedosi e Mantovano), e omissione d’atti d’ufficio aggravata (per Nordio).

L’intervista al Corriere della Repubblica del sostituto procuratore generale Raffaele Piccirillo, ex capo di gabinetto al ministero della Giustizia durante il governo M5S, ha acceso il dibattito. Egli ha stigmatizzato la decisione del governo, affermando che “non vi erano valide ragioni giuridiche per non convalidare l’arresto e non consegnarlo alla CPI”, insinuando che, con un governo di diversa ispirazione, Al‑Masri sarebbe stato correttamente consegnato alla Corte.

Piccirillo ha inoltre, ricevuto tutela dal CSM, di fronte alle critiche espresse da Nordio.

La questione va oltre la mera disputa procedurale, infatti, si articola su un doppio registro: la norma, incarnata dallo Stato giuridico e dagli obblighi derivanti dallo Statuto della CPI e la realtà, segnata da esigenze percepite di sicurezza nazionale e da un contesto libico frammentato, privo di Stato di diritto, nel quale la liberazione di Al‑Masri è stata giustificata come strumento di preservazione degli interessi italiani.

Il bilanciamento fra norma e stato, tra dovere giuridico e scelta politica d’emergenza, è il cuore pulsante di questo racconto, che mescola toni di commedia — per l’assurdità degli snodi e delle fughe di notizie — e quelli di tragedia, per il peso storico e morale delle scelte compiute. Le “comiche finali” sono ancora lontane, poiché il processo per i tre indagati è solo all’inizio.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore