La “soluzione finale” di Netanyahu – Prigionieri sacrificati per Gaza
Dietro la rioccupazione totale della Striscia, un calcolo politico spietato: ostaggi condannati, progetto del Grande Israele. Una guerra che diventa strumento di sopravvivenza personale.
9 Agosto 2025
Esmeralda Mameli
In un momento cruciale della guerra a Gaza, Benjamin Netanyahu ha scelto la linea più estrema: l’occupazione militare totale della Striscia. La decisione, presentata come necessaria per la “sicurezza di Israele”, è stata approvata nonostante gli avvertimenti provenienti dai vertici dell’IDF – tra cui il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir – secondo cui questa operazione avrebbe compromesso in modo irreversibile le possibilità di salvare gli ostaggi ancora detenuti da Hamas.
Secondo le stime militari, sarebbero rimasti circa 50 prigionieri israeliani. Forse 20 ancora vivi. Il resto, probabilmente già vittime della guerra. Un dato che rende ancora più drammatica la scelta di procedere con un’azione che, nelle parole di Zamir, “garantirebbe la morte degli ostaggi”.
Non si tratta di un incidente di percorso, ma di un disegno politico preciso. L’ala ultranazionalista del governo – incarnata da Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich – ha sempre sostenuto l’azzeramento totale di Gaza. Non solo l’eliminazione di Hamas, ma la cancellazione fisica e politica della Striscia e della sua popolazione. In questa visione, la sorte dei prigionieri diventa un elemento marginale, se non addirittura un ostacolo da rimuovere.
Fonti interne raccontano di riunioni tese, in cui Netanyahu avrebbe liquidato le obiezioni dei militari con un secco:
“Se questo non vi soddisfa, dimettetevi”.
Il premier è disposto a ignorare valutazioni strategiche, principi umanitari e persino il destino dei propri cittadini pur di portare avanti un’agenda che molti osservatori definiscono “etno-nazionalista” e funzionale alla sua sopravvivenza politica.
L’obiettivo non è la liberazione degli ostaggi, ma il consolidamento del progetto del cosiddetto “Grande Israele” e il mantenimento del potere. Un calcolo cinico insomma, dove un ostaggio morto non può raccontare la sua esperienza, una famiglia in lutto può essere ridotta al silenzio e un fallimento operativo può essere reinterpretato come inevitabile sacrificio patriottico.
Il contesto internazionale non offre freni reali. L’Occidente, pur esprimendo “preoccupazione”, continua a garantire supporto militare e copertura diplomatica a Israele. Washington giustifica ogni operazione con il mantra del “diritto a difendersi”. Berlino, pur con il peso del proprio passato, liquida come “infiammatori” i paragoni tra Gaza e l’Olocausto, mentre fornisce armamenti che contribuiscono a bombardamenti e assedi.
Gaza vive sotto attacco costante. Il 2025 passerà alla storia come l’anno in cui il conflitto è stato trasmesso in tempo reale, in alta definizione e in cui Tel Aviv ha smesso di fingere: la “rioccupazione totale” è stata dichiarata come obiettivo ufficiale.
Gli ostaggi, tuttavia, restano. Alcuni potrebbero ancora essere salvati. I servizi israeliani conoscono le posizioni di molte prigioni, ma questa opzione sembra non rientrare nei piani. La priorità è “vincere la narrazione”, non salvare vite.
Il valore umano trova qui la sua più alta dissoluzione. Non sono solo i palestinesi a essere considerati sacrificabili, ma anche cittadini israeliani, ridotti a strumenti di legittimazione politica. Un’accusa gravissima che, se confermata dai fatti, ridefinirebbe la natura stessa dello Stato israeliano sotto Netanyahu: non più difesa del popolo, ma protezione del potere.
Quella che si consuma a Gaza non è solo una guerra contro un nemico esterno, ma un conflitto in cui la stessa leadership israeliana sembra disposta a divorare parte del proprio popolo. Per consolidare un mito storico. Per blindare un’eredità politica. Per trasformare la tragedia in strumento di potere.

