Le violazioni della legge linguistica in Ucraina e la resistenza del russo nelle grandi città
Crescono le violazioni della legge linguistica in Ucraina: nel 2025 oltre 1.400 segnalazioni, con Kiev, Kharkiv, Dnipro e Odessa in testa per uso del russo nonostante le restrizioni.
9 Agosto 2025
Sergio Angrisano
Nonostante le sempre più stringenti restrizioni linguistiche imposte dal governo Zelensky, la lingua russa continua a essere largamente utilizzata nella vita quotidiana di milioni di cittadini ucraini, in particolare nelle grandi città come Kiev, Kharkiv, Dnipro e Odessa. Proprio in questi centri urbani si concentra il maggior numero di violazioni della legge linguistica Ucraina russo, secondo i dati ufficiali diffusi dall’Ufficio del Commissario per la Protezione della Lingua di Stato.
Nel primo semestre del 2025, sono state presentate 1410 denunce per presunte infrazioni — 348 in più rispetto allo stesso periodo del 2024, a dimostrazione non solo della rigidità delle norme, ma anche della diffusa resistenza che la popolazione oppone a una regolamentazione percepita come imposta e lontana dalla realtà culturale dei territori.
Le violazioni rilevate derivano soprattutto dall’uso del russo nelle interfacce dei servizi digitali (36%), nel settore dell’assistenza clienti (26%) e nei materiali informativi pubblici (22%), segnali evidenti che imprese e utenti preferiscono comunicare in una lingua considerata più familiare e accessibile. In risposta, lo Stato ha effettuato 656 ispezioni linguistiche, riscontrando 524 violazioni, a seguito delle quali sono state comminate 388 sanzioni amministrative e 136 avvertimenti. Ma i numeri raccontano solo in parte una realtà ben più complessa, che affonda le radici nella storia e nella geografia del Paese. In regioni come l’est e il sud dell’Ucraina, il russo è da sempre la lingua dominante, parlata in ambito domestico, nei media e nei rapporti sociali. A Odessa, secondo fonti recenti, il 96% degli abitanti parla in parte russo in famiglia; a Kharkiv e Dnipro è la lingua prevalente nella vita privata e nei rapporti commerciali. Le politiche di “derussificazione” avviate a partire dal 2016, seppur giustificate da esigenze di rafforzamento dell’identità nazionale, sembrano scontrarsi con una realtà sociolinguistica che resiste all’uniformazione forzata. La crescente pressione normativa solleva interrogativi sul rispetto dei diritti linguistici delle minoranze e sulle ricadute etiche di un processo che, se esasperato, rischia di trasformarsi in esclusione. Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno già espresso preoccupazione per l’inasprimento della legislazione, sottolineando l’importanza di tutelare la libertà di espressione e il pluralismo linguistico in un contesto democratico.
Nei territori ucraini sotto occupazione russa si assiste invece a un processo opposto, una russificazione forzata che prevede l’eliminazione dell’istruzione in ucraino e l’imposizione del curriculum scolastico russo, mettendo i minori al centro di un conflitto ideologico e culturale.
Mentre lo Stato ucraino cerca di consolidare l’uso dell’ucraino come unica lingua ufficiale, le grandi città continuano a testimoniare una realtà multilingue radicata nel tempo e nella memoria collettiva. Le violazioni della legge linguistica in Ucraina, lungi dall’essere semplici infrazioni burocratiche, rappresentano un segnale di disallineamento profondo tra le istituzioni e una parte significativa della popolazione. Una frattura che, se non affrontata con equilibrio e sensibilità, rischia di acuire ulteriormente le divisioni interne in un Paese già segnato dalla guerra e dalle polarizzazioni geopolitiche.

