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Erika Saraceni – L’oro dimenticato e l’ipocrisia del merito al contrario

Una vittoria straordinaria nel triplo agli Europei U20 oscurata da narrative preconfezionate, mentre la velocità di Kelly Doualla diventa grimaldello politico

12 Agosto 2025

Sergio Angrisano

Erika Saraceni ha conquistato l’oro nel salto triplo agli Europei Under 20 di Tampere con una misura strepitosa di 14,24 metri, nuovo primato dei campionati e record italiano juniores, distaccando di quasi mezzo metro la seconda classificata. Un’impresa storica che, in un Paese normale, avrebbe dominato tutte le prime pagine e aperto telegiornali e talk sportivi. Eppure, in Italia, è rimasta confinata a qualche trafiletto e a citazioni fugaci, ignorata dai media mainstream che, sempre più, decidono chi meriti i riflettori e chi debba restare in ombra. La domanda è inevitabile: perché? Forse perché Erika è “troppo italiana”, troppo normale, lontana dalle logiche narrative che alimentano il politicamente corretto. Non si piega a slogan, non offre un’immagine utile a costruire un racconto ideologico. E questo, oggi, sembra bastare per cancellare un talento.

Al contrario, i riflettori si sono accesi su Kelly Doualla, oro nei 100 metri con il tempo di 11″22 a soli 15 anni, primato personale e record di precocità nella storia degli Europei U20. Un risultato straordinario, a cui si aggiunge la vittoria nella 4×100 con nuovo record italiano juniores. Meriti sportivi indiscutibili, che però sono stati raccontati più per il loro valore simbolico, quale la rappresentazione di una “diversità” esibita come bandiera, che per la pura impresa atletica. Doualla, così, è diventata icona di una causa, mentre Saraceni resta invisibile.

Dispiace soprattutto per le atlete: Doualla rischia di essere strumentalizzata, Erika di essere dimenticata, e il vero scandalo è che i loro successi non vengano valutati con lo stesso metro. La selezione dell’attenzione mediatica segue criteri che poco hanno a che fare con lo sport: contano le narrazioni, non i risultati. È il volto ipocrita di un’inclusività a senso unico, un “razzismo al contrario” che premia o cancella in base all’aderenza al pensiero dominante. Lo stesso meccanismo si è visto, in altri contesti, con il caso dell’attrice Sydney Sweeney, attaccata perché la sua bellezza classica, bionda, bianca, eterosessuale, è stata bollata come “nazista” dagli estremisti del wokismo.

Non è un problema confinato all’Italia. In tutto l’Occidente, l’informazione è sempre più ostaggio di un’ideologia che bolla come “razzismo” o “fascismo” chiunque esprima un’opinione fuori dal coro. Nel Regno Unito, mentre la criminalità cresce, la polizia trova tempo per arrestare chi sui social critica l’immigrazione incontrollata, accusandolo di “hate speech”. Siamo oltre Orwell: questa è una forma di “nazicomunismo 2.0” in cui la libertà di parola diventa un reato e la realtà è filtrata dal consenso politico.

Il caso di Erika Saraceni, allora, non è solo un’ingiustizia sportiva, ma è un sintomo di una crisi profonda dell’informazione, dove il talento viene sacrificato sull’altare delle utilità politiche. L’Italia tradizionale, quella che Erika rappresenta quando dedica la vittoria a “mamma e papà”, viene considerata troppo poco “moderna” per meritare gloria. Eppure, i suoi 14,24 metri restano lì, scolpiti nella storia, indipendenti da qualunque etichetta.

Finché i media continueranno a dare più spazio agli slogan che al sacrificio, lo sport resterà ostaggio di un sistema malato. Serve una rivoluzione culturale e mediatica, testate davvero libere che raccontino i fatti, celebrino ogni atleta per il proprio valore e non per l’utilità a una causa. La libertà di opinione non è un privilegio da concedere, ma un diritto sacro da difendere. E il trionfo di Erika Saraceni ci ricorda che è ora di combattere per riconquistarla.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore