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L’Agenda 2030 nell’Unione Europea: impegni concreti ma meno clamore

Dal grande entusiasmo iniziale al silenzio mediatico: come l’Agenda 2030 continua a guidare le politiche UE

13 Agosto 2025

Esmeralda Mameli

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, approvata dall’ONU nel 2015 e adottata da tutti i Paesi membri, ha segnato negli anni iniziali una svolta simbolica e politica per l’Unione Europea, che l’ha presentata come bussola strategica per politiche ambientali, sociali ed economiche. Nei primi anni la comunicazione istituzionale era intensa, con campagne, conferenze e un linguaggio fortemente evocativo. Oggi, invece, la sua presenza è più discreta, integrata in politiche settoriali come il Green Deal europeo o programmi di ricerca e innovazione, con un’attenzione più tecnica che divulgativa.

La fase di declino mediatico non significa però abbandono. A fine giugno 2025, Siviglia ha ospitato la IV Conferenza Internazionale sulla Finanza per lo Sviluppo, da cui è scaturito il “Compromesso di Siviglia”, documento che denuncia una carenza globale di 3,4 trilioni di euro per raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). L’iniziativa ha visto la partecipazione di governi, agenzie ONU e rappresentanti della società civile, segnalando che l’Agenda 2030 continua a essere un riferimento internazionale, nonostante le contestazioni di alcune forze politiche, soprattutto dell’estrema destra, che la percepiscono come uno strumento di governance globalista.

Secondo il Sustainable Development Solutions Network (SDSN), all’UE restano appena cinque anni per accelerare in modo decisivo. Il rapporto 2025 del network evidenzia come solo il 16-17% dei target sia in linea con le scadenze, con aree critiche nella sicurezza alimentare, nella tutela della biodiversità e nel rafforzamento della governance locale. Il rallentamento è stato acuito da crisi multiple — pandemia, guerra in Ucraina, inflazione e instabilità energetica — che hanno spostato risorse e priorità politiche.

Spiccano anche due fattori strettamente collegati tra le cause fondamentali del rallentamento dell’Agenda 2030 : il fallimento del settore delle auto elettriche e l’incoerenza di comportamenti da parte degli stessi rappresentanti istituzionali che ne sostengono l’attuazione.

La mobilità elettrica, promossa come perno della rivoluzione verde, sta mostrando segni di cedimento in più aree del mondo. Diverse aziende del settore, come Fisker, Lordstown Motors, Proterra e Arcimoto negli Stati Uniti, hanno dichiarato fallimento, mentre nel Regno Unito il progetto industriale di Arrival si è dissolto lasciando un buco finanziario rilevante. Anche i titoli di grandi marchi emergenti come Nikola, Lucid, Nio e Xpeng hanno perso gran parte del loro valore rispetto ai picchi di qualche anno fa, riflettendo un mercato incapace di sostenere i ritmi di crescita promessi. In Europa, la quota di mercato delle auto elettriche nel 2024 è scesa al 12%, registrando un calo del 14% rispetto all’anno precedente; diversi costruttori hanno rivisto al ribasso i piani, spostando l’attenzione verso modelli ibridi o soluzioni più graduali. Secondo alcune analisi, l’Unione Europea ha imposto una transizione tecnologica incompleta e sbilanciata, ignorando il principio di neutralità energetica: costi produttivi elevati, mancanza di infrastrutture di ricarica adeguate e forte dipendenza da materie prime strategiche — in gran parte importate dalla Cina — hanno reso i veicoli elettrici poco competitivi e fuori portata per ampie fasce di popolazione.

Il ministro Adolfo Urso ha definito il Green Deal europeo “un fallimento”, citando come esempio emblematico la crisi della gigafactory Northvolt e sostenendo che l’industria green europea si trova in ritardo tecnologico e incapace di reggere la concorrenza globale.

A questo scenario industriale fragile si aggiunge un elemento di forte impatto sull’opinione pubblica: l’incoerenza dei vertici istituzionali. Mentre ai cittadini europei vengono imposte restrizioni e cambiamenti radicali negli stili di vita in nome della sostenibilità, molti leader e rappresentanti continuano a fare largo uso di jet privati, auto di lusso e yacht, simboli di un consumo ad altissimo impatto ambientale.

Un report di Oxfam, intitolato Carbon Inequality Kills, denuncia che l’impronta di carbonio prodotta in una sola settimana dai jet e dagli yacht di un singolo super-ricco europeo può equivalere a quella generata da una persona povera per decenni o addirittura secoli. Le stime indicano che un solo magnate provoca emissioni paragonabili a quelle di un cittadino medio europeo in 112 anni (per i voli privati) o 585 anni (per le crociere in yacht), con effetti indiretti devastanti come fame, mortalità legata a ondate di calore e perdite economiche nei Paesi più vulnerabili.

Questa disuguaglianza ha alimentato proteste sempre più radicali in diversi Paesi europei: attivisti hanno vandalizzato yacht di lusso, bloccato fiere di jet privati e colpito luoghi simbolo dell’uso elitario delle risorse, come i campi da golf, per denunciare un doppio standard che mina la credibilità stessa delle politiche climatiche.

Il quadro che emerge è quello di un’Agenda 2030 rallentata non solo da difficoltà tecniche ed economiche, ma da una crisi di fiducia e coerenza: un’industria non preparata alla portata della transizione e una classe dirigente che, mentre chiede sacrifici alla popolazione, non rinuncia ai propri privilegi ad alto impatto ambientale. In assenza di una revisione strategica che unisca realismo economico, equità nei sacrifici e coerenza istituzionale, il rischio è che l’Agenda 2030 perda non solo slancio, ma anche legittimità agli occhi dei cittadini europei.

L’Agenda 2030 rischia di rimanere un progetto incompiuto se non si affrontano con decisione le contraddizioni che oggi ne minano l’efficacia.