Zelensky e la pace – “È tutta una questione di soldi”
Dopo il vertice in Alaska tra Trump e Putin, la pace in Ucraina sembra legata alla sospensione dei finanziamenti occidentali e alla volontà di Zelensky di negoziare.
16 Agosto 2025
Sergio Angrisano

Il vertice del 15 agosto 2025 ad Anchorage (Alaska) tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader russo Vladimir Putin si è svolto in un’atmosfera di apparente cordialità, tra tappeti rossi, limousine presidenziale condivisa e uno scenario dal forte valore simbolico.
Per Putin si è trattato del primo ingresso negli Stati Uniti dopo oltre un decennio.
Nel corso delle quasi tre ore di colloquio, il tema centrale è emerso con chiarezza: «è tutta una questione di soldi». Secondo Trump, infatti, gli Stati Uniti avrebbero riversato sull’Ucraina «350 miliardi di dollari come fossero caramelle» (in riferimento alla gestione Biden), mentre l’Europa avrebbe contribuito con circa 100 miliardi.
Trump ha quindi suggerito che, se l’Ucraina vuole davvero la pace, l’Europa dovrebbe sospendere i flussi finanziari. Ha inoltre ribadito con tono risoluto che ora «la palla è in mano a Zelensky», chiamato a trovare un’intesa.
In un’intervista a Fox News rilasciata subito dopo il summit, il presidente americano ha confermato che «ci sono buone possibilità» di una risoluzione, ma che tutto dipende dalla disponibilità di Zelensky a chiudere un accordo.
Il vertice, tuttavia, si è concluso senza alcuna intesa formale né un cessate il fuoco. Nella conferenza stampa finale, i due leader non hanno risposto alle domande dei giornalisti, un comportamento insolito per Trump. Putin, dal canto suo, si è detto soddisfatto della giornata, rivendicando di aver lasciato Anchorage senza concessioni e rafforzando così la propria posizione diplomatica.
Fonti europee – tra cui il gruppo Weimar+ – hanno ribadito che una pace sostenibile in Ucraina non può prescindere dal ruolo dell’Europa e dalla sua partecipazione attiva ai negoziati. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, pur concordando sulla necessità di mantenere alta la pressione su Mosca, ha sottolineato che l’Europa non può limitarsi a un ruolo marginale.
Da parte sua, Zelensky ha manifestato l’intenzione di recarsi a Washington il 18 agosto 2025 per discutere i prossimi passi dopo una lunga conversazione telefonica con Trump.
Le tensioni tra i due leader non sono nuove: già lo scorso marzo Trump aveva ordinato la sospensione indefinita dell’assistenza militare statunitense all’Ucraina, bloccando anche la condivisione di intelligence, segnale della sua insoddisfazione per la gestione diplomatica di Zelensky. Sempre a marzo, nel summit di Londra promosso da Keir Starmer, l’Europa si era invece mostrata disponibile ad assumere un ruolo guida nel processo di pace, con o senza il supporto americano.
Il summit di Anchorage, dunque, non ha prodotto risultati concreti, ma ha rilanciato la narrativa trumpiana: la pace sarebbe soprattutto una questione economica — in particolare della disponibilità di Zelensky a negoziare — e rappresenta oggi un banco di prova per l’Europa, chiamata a decidere se ritirarsi o rafforzare il proprio ruolo in un percorso verso un negoziato inclusivo. Una partita in cui la diplomazia rischia di essere sacrificata sull’altare della realpolitik.

