Olivetti – Dal mito del Pirellone al Programma 101, la vera storia dell’innovazione italiana
Tra leggenda e verità, il contributo dimenticato di Olivetti all’informatica mondiale
18 Agosto 2025
Sergio Angrisano

Quando si parla di Olivetti, il confine tra mito e realtà si fa spesso sottile: molti associano ancora oggi il cosiddetto “Pirellone”, costruito accanto alla Stazione Centrale di Milano, a un misterioso super-calcolatore progettato dall’azienda di Ivrea. In realtà, la Torre Pirelli, inaugurata nel 1958 e progettata dall’architetto Gio Ponti, è un capolavoro di architettura moderna, ma non aveva alcun legame con macchine da calcolo. Eppure la suggestione resta viva, alimentata dall’idea che Olivetti fosse un laboratorio di futuro capace di anticipare i tempi. E la verità, per quanto diversa, non è meno affascinante. Negli anni Cinquanta Olivetti fu infatti protagonista assoluta nel panorama mondiale dell’informatica con la realizzazione dell’Elea 9003, il primo calcolatore italiano e uno dei primi in Europa interamente a transistor, sviluppato dal gruppo guidato da Mario Tchou.

Presentato nel 1959, si distingueva non solo per le sue soluzioni tecnologiche, ma anche per il design innovativo firmato da Ettore Sottsass, tanto da ricevere il prestigioso Compasso d’Oro. La parabola più sorprendente arriva però qualche anno più tardi: nel 1965 a New York viene presentato il Programma 101, meglio conosciuto come Perottina, ideato da Pier Giorgio Perotto e dal suo team.

Fu la prima macchina da tavolo programmabile della storia, un calcolatore che anticipava in tutto e per tutto le logiche del personal computer moderno: memoria interna, schede magnetiche per salvare i programmi, possibilità di eseguire istruzioni complesse e condizionali. Ne furono venduti circa 44 000 esemplari in tutto il mondo e persino la NASA se ne servì per effettuare calcoli durante il programma Apollo, dimostrando come un’azienda italiana fosse in grado di competere con i colossi americani. Nonostante ciò, la divisione elettronica Olivetti entrò presto in crisi: la morte improvvisa di Adriano Olivetti nel 1960 e quella di Mario Tchou nel 1961 lasciarono l’azienda priva dei suoi due visionari principali e la successiva cessione della sezione informatica a General Electric segnò la fine di un sogno industriale che avrebbe potuto cambiare la storia. La leggenda vuole che da Scarmagno siano usciti progetti che Steve Jobs avrebbe poi trasformato nell’icona Apple, ma ciò appartiene più al mito che alla storiografia, così come le affermazioni secondo cui Olivetti avesse inventato il telefono cellulare o che il Pirellone fosse una struttura autoportante antisismica pensata come cervello elettronico. La realtà è che Olivetti, tra calcolatori e design, scrisse davvero alcune delle pagine più luminose dell’innovazione mondiale, pur finendo poi nell’oblio. E questo oblio, come spesso accade, non è casuale. Le grandi narrazioni della tecnologia hanno privilegiato altri protagonisti, relegando il contributo italiano a una nota a piè di pagina. Ma ricordare che il primo personal computer da tavolo della storia portava un marchio italiano significa restituire dignità a un Paese che ha saputo immaginare il futuro, anche quando altri si sono appropriati delle sue idee.

