Cronaca estera

Donne palestinesi nella prigione di Damon – Violazioni sistematiche dei diritti umani. Violenza, umiliazione e silenzi internazionali

Cani, gas lacrimogeni, denutrizione e diniego di cure. La repressione israeliana nelle carceri come arma politica e di genere

19 agosto 2025

Esmeralda Mameli

Nella prigione israeliana di Damon, il corpo femminile palestinese è diventato terreno di oppressione e strumento di controllo politico. Secondo la Palestinian Prisoners’ Society (PPS), nelle prime settimane di agosto le forze israeliane hanno condotto una serie di raid contro le detenute, utilizzando cani della polizia e gas lacrimogeni, costringendo le prigioniere a camminare in cerchio con la testa abbassata, mani e caviglie legate, in una dinamica di umiliazione deliberata. Queste violenze, perpetrate in almeno quattro occasioni tra il 4 e il 14 agosto, colpiscono donne di ogni età, comprese minorenni e una detenuta incinta, configurando una pratica sistematica di degradazione e terrore.

Le condizioni di vita all’interno del carcere aggravano ulteriormente la sofferenza: pasti scarsi, di qualità pessima o avariati, ambienti umidi e infestati, con scarsa ventilazione e temperature altissime che provocano infezioni cutanee e problemi respiratori. La mancanza di prodotti igienici di base, in particolare quelli legati alla salute femminile, assume i contorni di una violenza sessualizzata, infliggendo sofferenze aggiuntive alle detenute. Testimonianze raccolte da WAFA descrivono celle senza finestre, acqua non potabile e ambienti invasi da muffa e sporcizia. A Damon l’esposizione limitata alla luce solare causa deficit di vitamina D, caduta dei capelli e indebolimento delle ossa, mentre la carenza di indumenti e biancheria obbliga le prigioniere a vivere in condizioni che offendono la dignità umana.

La storia della prigione di Damon, costruita durante il Mandato Britannico, ha già un passato legato a pratiche dure e repressive. Oggi rappresenta uno dei simboli della detenzione politica delle donne palestinesi, insieme ad altre carceri come Hasharon e al-Maskobiyya, luoghi tristemente noti per le torture e le condizioni inumane. Qui la violenza non si limita alle percosse o all’uso di cani addestrati, ma si traduce in negazione delle cure mediche e in un logoramento quotidiano definito da attivisti palestinesi come “morte lenta”. Donne con malattie croniche, minori e persino incinte vengono lasciate senza assistenza, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra che tutela i prigionieri in tempo di conflitto.

A rendere ancora più grave la situazione è la dimensione di genere. La privazione di prodotti igienici, le perquisizioni corporali invasive e l’uso dell’umiliazione pubblica come arma hanno una chiara connotazione sessualizzata. Non si tratta solo di repressione politica, ma anche di una violenza specificamente rivolta al corpo femminile, che diventa il luogo in cui esercitare dominio, intimidazione e annientamento psicologico. Queste pratiche, denunciate da ONG e attivisti, si riflettono anche sulle famiglie: madri private della possibilità di accudire i figli, giovani donne marchiate da traumi destinati a condizionare intere comunità.

Parallelamente cresce la repressione digitale: sempre più donne vengono arrestate con l’accusa vaga di “incitamento” sui social media, un pretesto che consente di estendere gli arresti e rafforzare la sorveglianza. Molte vengono trasferite in detenzione amministrativa, un sistema basato su “file segreti” che impedisce la difesa legale e annulla ogni forma di trasparenza. In questo modo il carcere diventa strumento non solo di punizione, ma di silenziamento politico, un monito contro chiunque osi esprimere dissenso.

Le denunce delle organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, Human Rights Watch e i relatori speciali delle Nazioni Unite, parlano apertamente di pratiche arbitrarie, torture psicologiche e trattamenti degradanti. La risposta internazionale resta limitata e spesso paralizzata da logiche geopolitiche che privilegiano equilibri strategici rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. La prigione di Damon rappresenta un tassello del genocidio culturale e identitario denunciato da numerosi osservatori: le donne, già vittime di bombardamenti e sfollamenti, subiscono una doppia violenza in quanto detenute, private di voce e dignità.

Ciò che emerge con forza dai rapporti di PPS, WAFA e di altre organizzazioni è un quadro univoco: le donne palestinesi detenute nella prigione di Damon sono esposte a un sistema di violenza istituzionalizzata che unisce brutalità fisica, negazione di cure, repressione della parola e umiliazione sessuale. Una realtà che non può essere ridotta a episodi isolati, ma che rivela un meccanismo strutturato di oppressione, reso ancora più grave dal silenzio di gran parte della comunità internazionale.