Ucraina vieta la Chiesa ortodossa russa – Sicurezza nazionale e libertà religiosa
Il Consiglio Panucraino delle Chiese difende la legge del 2024 come misura di protezione contro l’uso della religione da parte di Mosca, ma crescono i timori internazionali per i diritti dei fedeli.
20 Agosto 2025
Sergio Angrisano
Il divieto legislativo imposto in Ucraina alle attività della Chiesa ortodossa russa (Patriarcato di Mosca) si inserisce nel cuore del conflitto che sta lacerando il Paese. Il Consiglio Panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose ha diffuso una Dichiarazione, tradotta anche in italiano, in cui ribadisce che la misura è stata adottata per ragioni di sicurezza nazionale, accusando la Chiesa ortodossa russa di essere parte integrante della macchina ideologica del Cremlino.
“È noto – si legge nel testo – che la Federazione Russa utilizza la religione, in particolare la Chiesa ortodossa russa, come arma per raggiungere i propri obiettivi neo-imperiali in diversi Paesi”.

A sostegno di questa posizione viene ricordato il ruolo del patriarca Kirill, che ha definito l’invasione dell’Ucraina una “guerra santa”, benedicendo l’uso delle armi e sostenendo la retorica dell’annientamento della sovranità e dell’identità nazionale ucraina.
Il riferimento è alla legge approvata dalla Verkhovna Rada il 20 agosto 2024, “Per la protezione del sistema costituzionale nell’ambito delle attività delle organizzazioni religiose”, firmata dal presidente Volodymyr Zelenskyy il 24 agosto, giorno dell’Indipendenza. La normativa prevede che tutte le organizzazioni religiose che mantengono legami con la Chiesa ortodossa russa debbano scioglierli entro nove mesi, pena lo scioglimento e la confisca degli immobili concessi dallo Stato o dagli enti locali. Il governo ha motivato la scelta come necessaria per impedire che la religione venga usata come strumento politico e militare dall’aggressore.

Il Consiglio Panucraino, pur sottolineando che l’Ucraina è da sempre riconosciuta a livello internazionale per i suoi alti standard in materia di libertà religiosa, ha evidenziato che la legge non limita la fede in sé, ma interviene unicamente contro le strutture direttamente collegate a Mosca e considerate funzionali alla guerra. Al contrario, ricorda la Dichiarazione, nei territori ucraini occupati l’esercito russo limita o vieta del tutto l’attività delle organizzazioni religiose ucraine, in aperta violazione dei diritti fondamentali e della libertà di culto.

La misura ha suscitato ampio dibattito internazionale. Osservatori come Human Rights Watch hanno avvertito che la legge, nella sua formulazione, potrebbe colpire indistintamente comunità religiose pacifiche e violare gli standard internazionali sui diritti civili e politici. Lo stesso Papa Francesco, nel suo Angelus del 25 agosto 2024, ha espresso preoccupazione, temendo che i fedeli possano vedere limitata la loro libertà di preghiera. Alcuni analisti hanno inoltre ricordato che, sebbene la Chiesa ortodossa ucraina (già affiliata al Patriarcato di Mosca) abbia dichiarato l’indipendenza da Mosca nel 2022, molti suoi legami canonici restano ambigui, alimentando i sospetti delle autorità ucraine.
La questione mette dunque a confronto due principi fondamentali: la necessità per Kiev di difendersi da un nemico che utilizza anche lo strumento religioso per giustificare la guerra e destabilizzare il Paese e la tutela della libertà religiosa, cardine delle democrazie e riconosciuta a livello internazionale come diritto inviolabile. Il Consiglio Panucraino ribadisce il sostegno allo Stato ucraino e benedice gli sforzi per il raggiungimento di una pace autentica, giusta e duratura, fondata sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Il dibattito resta aperto e riflette l’intreccio complesso tra fede, politica e guerra: un equilibrio fragile che segnerà a lungo il futuro religioso e civile dell’Ucraina.

