attualitàCalcioSport

Squalifica baby portiere – La rissa di Collegno e il dibattito sul calcio giovanile

Dal caso di un tredicenne picchiato e punito con un anno di stop, alla riflessione sul ruolo dei genitori, sulla giustizia sportiva e sull’etica nello sport.

6 Settembre 2025

Sergio Angrisano 

La squalifica del baby portiere di un anno, inflitta a un tredicenne del Volpiano Pianese coinvolto in una rissa al termine di una partita del torneo Super Oscar a Collegno, ha acceso i riflettori su una vicenda che travalica i confini di un campo da calcio. Non si tratta solo di cronaca sportiva, ma di un episodio che interroga l’etica, la giustizia sportiva e soprattutto il valore educativo che lo sport dovrebbe trasmettere ai ragazzi.

La sentenza della giudice sportiva Roberta Lapa, Lega Nazionale Dilettanti, è stata durissima: un anno di squalifica al portiere picchiato dal padre di un avversario, un anno al giocatore del Carmagnola protagonista della colluttazione, sei mesi a un dirigente del Volpiano Pianese – padre del portiere – per comportamento violento, e multe alle società Paradiso Collegno, Volpiano e Carmagnola per responsabilità oggettiva. Un provvedimento severo che vuole mandare un segnale, ma che apre anche molti interrogativi.

Il referto arbitrale, su cui si basa la giustizia sportiva, racconta che il giovane portiere del Volpiano, al termine della gara, avrebbe colpito con pugni e manate un avversario già steso a terra, innescando la rissa. L’avversario del Carmagnola avrebbe risposto con un pugno alla nuca di un giocatore antagonista, alimentando il caos in campo. In quel frangente, un genitore non presente in distinta – il padre di un calciatore – entrava in campo e aggrediva il baby portiere, provocandogli fratture e traumi al volto. La scena, immortalata da video diffusi in rete, ha fatto il giro dei media, indignando l’opinione pubblica.

La squalifica del baby portiere ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato c’è chi sostiene che la condotta violenta del ragazzo non potesse essere ignorata: i principi dello sport, sottolinea la giudice, vengono inficiati se non si puniscono con fermezza atti antisportivi, anche se compiuti da adolescenti. Dall’altro lato, c’è chi grida all’ingiustizia: come può essere equiparata la reazione di un tredicenne, pur sbagliata, alla brutalità di un adulto che lo ha mandato in ospedale? Una punizione percepita come beffa, perché la vittima dell’aggressione si trova a dover scontare lo stesso stop dell’avversario che lo ha colpito.

Qui si apre il primo grande tema: il funzionamento della giustizia sportiva minorile. Diversamente dalla giustizia ordinaria, che valuterà in sede penale le lesioni e la responsabilità del genitore aggressore, la giustizia sportiva si basa unicamente sul referto arbitrale. Non esiste contraddittorio, né raccolta di testimonianze esterne. La sanzione è quindi automatica, fondata su ciò che l’arbitro ha visto e scritto. Questo spiega perché il portiere, pur aggredito, sia stato considerato responsabile dell’innesco della rissa e punito. Ma il paradosso resta: un sistema che non distingue tra un adulto violento e un ragazzino che reagisce rischia di produrre un senso di sfiducia nei confronti delle istituzioni sportive.

Accanto alla giustizia, emerge il problema del ruolo dei genitori nello sport giovanile. Non è il primo caso, né sarà l’ultimo, di genitori che perdono il controllo sugli spalti o addirittura in campo. Secondo un rapporto del Coni, negli ultimi cinque anni sono aumentati del 30% gli episodi di aggressioni verbali e fisiche legati a partite giovanili. In Spagna, solo un anno fa, un torneo under 13 fu interrotto per risse tra genitori sugli spalti. Il messaggio che passa ai ragazzi è devastante: lo sport, invece di essere palestra di rispetto e crescita, diventa terreno di scontro esasperato. Molte società calcistiche italiane hanno introdotto “codici etici” per i genitori, incontri con psicologi dello sport, persino zone dedicate sugli spalti per isolare i più irruenti. Ma evidentemente non basta.

Il caso della squalifica del baby portiere richiama con forza il valore educativo del calcio giovanile. L’allenatore dovrebbe essere una figura di riferimento, il campo un luogo dove imparare disciplina, sacrificio, gioco di squadra. Invece, come osservano molti pedagogisti, episodi simili rischiano di minare la fiducia dei ragazzi nello sport e persino di spingerli ad abbandonarlo. Non a caso, secondo una ricerca dell’Istat, il 15% dei giovani tra i 12 e i 16 anni che smettono di fare sport cita come motivo “esperienze negative con allenatori, genitori o compagni”.

A dare un segnale positivo è stato Gianluigi Donnarumma, portiere della Nazionale, che ha invitato il ragazzo aggredito a Coverciano, per fargli vivere da vicino l’esperienza di un raduno azzurro. Un gesto simbolico ma potente, che mostra come il calcio “alto” possa ancora essere fonte di ispirazione per i più giovani. Allo stesso tempo, associazioni come l’Aiac (Associazione Italiana Allenatori) hanno ribadito la necessità di un patto educativo tra famiglie, scuole e società sportive per riportare il calcio giovanile sui binari giusti.

Un tredicenne che subisce un’aggressione fisica da parte di un adulto può riportare ferite non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Paura, sfiducia, rabbia: emozioni che se non elaborate rischiano di trasformarsi in rifiuto dello sport o in comportamenti aggressivi. Molti psicologi dello sport insistono sull’importanza di affiancare i ragazzi vittime di episodi violenti con percorsi di sostegno psicologico. Non basta dire “torna in campo e dimentica”: serve un accompagnamento che aiuti il giovane atleta a ricostruire fiducia e autostima.

La rissa di Collegno ha avuto eco internazionale: quotidiani spagnoli e francesi hanno ripreso la notizia come simbolo di “follia genitoriale” e “declino dell’educazione sportiva”. In un momento in cui il calcio italiano cerca di rilanciarsi a livello giovanile, episodi così minano la credibilità delle istituzioni e la fiducia delle famiglie. Campagne come “Stop alla violenza negli stadi” o “Io tifo positivo” rischiano di apparire come slogan vuoti se non accompagnate da misure concrete di prevenzione e formazione.

La squalifica del baby portiere non è quindi solo una sentenza sportiva, è lo specchio di una crisi culturale ed educativa. Punire è necessario, ma non sufficiente. Occorre trasformare questa vicenda in un’occasione per riflettere seriamente sul modello di sport che vogliamo per i nostri figli. Uno sport che insegni rispetto e resilienza, non risse e vendette. La fermezza del giudice sportivo può servire da monito, ma il lavoro vero spetta a società, allenatori e genitori, affinché  un campo da calcio torni a essere il luogo in cui si sogna, si cresce e si impara.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore