Politica

Regionali 2025 – L’astensione trionfa, la democrazia rischia di diventare un club esclusivo

Con un’affluenza sotto il 44 % nei tre territori al voto, vincono i favoriti, ma perdono i cittadini: cosa significa per la legittimità politica e sociale del Paese.

28 Novembre 2025

Sergio Angrisano

Le elezioni regionali del 23 e 24 novembre 2025 in Veneto, Campania e Puglia restituiscono un quadro politico apparentemente lineare, dove i candidati favoriti dai rispettivi schieramenti hanno conquistato la vittoria senza colpi di scena. Ma la fotografia reale del Paese non sta nei nomi degli eletti, bensì nella percentuale di elettori che a quelle urne hanno scelto di non andare. L’affluenza si è fermata al 44,6% in Veneto, al 44,05% in Campania e al 41,82% in Puglia, per una media nazionale del 43,6%. È un dato che segna un crollo netto rispetto al 57,6% delle precedenti consultazioni. E soprattutto, certifica una frattura politica e sociale che va oltre la contesa bipolare. Un segnale che parla di un Paese stanco, disilluso, sempre più convinto che il voto non sia un mezzo efficace per incidere sulla realtà. In tre regioni strategiche, che insieme rappresentano un pezzo fondamentale dell’economia, della cultura e della demografia italiana, metà della popolazione ha scelto l’astensione. Non si tratta di un’inerzia casuale, ma di un comportamento intenzionale: un rifiuto del rito democratico in quanto percepito come inutile.

Il punto centrale non riguarda, quindi, chi abbia vinto o perso. In Veneto, il centrodestra guidato da Alberto Stefani ha ottenuto una netta affermazione, nella scia lunga dell’egemonia consolidata da Luca Zaia. In Campania, la vittoria di Roberto Fico conferma il radicamento storico del centrosinistra in un territorio complesso, dove pesano equilibri politici, influenze locali e una rete di fedeltà che da anni caratterizza la gestione regionale. In Puglia, Antonio Decaro si impone come previsto, ereditando una stagione politica segnata dal “modello Emiliano”, tra forti consensi e polemiche sulla gestione amministrativa. Eppure, dietro queste conferme, c’è un dato che indebolisce ogni trionfo: la maggior parte dei cittadini non ha partecipato alla scelta. In altre parole, la regione la governerà chi ha convinto una minoranza del corpo elettorale complessivo. Chi vince, vince per sottrazione: perché l’altro non è venuto a votare. Il ricambio democratico, già debole, rischia così di diventare un fatto interno a pochi gruppi mobilitati, mentre il resto del tessuto sociale osserva da lontano, come spettatore.

Questo scenario ha conseguenze pesanti sulla legittimità delle istituzioni regionali. Quando meno della metà dei cittadini esercita il diritto di voto, il mandato elettorale – per quanto formalmente valido – perde forza simbolica e politica. Chi governa dovrà amministrare territori enormi, gestire risorse decisive come la sanità, le infrastrutture, lo sviluppo economico, pur potendo contare sul consenso attivo di una parte minima della popolazione. È un paradosso che non può essere ignorato: decisioni che incidono quotidianamente sulla vita dei cittadini saranno prese da maggioranze che, di fatto, rappresentano una minoranza. E non perché la popolazione sia indifferente ai temi politici, ma perché ha smesso di credere che il voto sia uno strumento capace di generare cambiamento reale. La progressiva rinuncia alla partecipazione elettorale è quindi un indicatore drammatico della crisi di fiducia tra cittadini e politica. Non più un incidente, ma una tendenza strutturale.

Il fenomeno presenta caratteristiche comuni in tutte e tre le regioni, ma assume sfumature diverse nel Nord e nel Sud del Paese. Nel Veneto, una quota rilevante di elettori considera le regionali un appuntamento a esito scontato: un territorio dove il centrodestra governa da decenni, con risultati amministrativi percepiti come efficaci, difficilmente vede emergere alternative credibili. La competizione non è più agonistica ma rituale. Nel Mezzogiorno, invece, l’astensionismo si intreccia a dinamiche più complesse: disoccupazione, precarietà, sfiducia nelle istituzioni, percezione di una distanza crescente tra politica e bisogni reali. In Campania e Puglia, il voto resta spesso legato a reti territoriali, apparati consolidati, relazioni personali. Una parte consistente della popolazione, esclusa da questo circuito, percepisce il voto come una formalità che non porta beneficio concreto. Chi vota è spesso chi appartiene, direttamente o indirettamente, a questi sistemi. Chi non ne fa parte si autoesclude, convinto che la propria voce non modificherà alcun equilibrio.

Questa divisione rischia di generare una democrazia a due velocità: da una parte gli attivi, organizzati, inseriti nei circuiti di potere; dall’altra i disillusi, che rinunciano alla partecipazione perché non ne vedono l’utilità. In mezzo, il vuoto. La politica italiana sembra essersi adattata a questo modello: le campagne elettorali sono sempre più concentrate sul mantenimento dei pacchetti di voti consolidati, non sulla conquista della fiducia degli esclusi. La comunicazione pubblica appare ripetitiva, autoreferenziale, incapace di proporre una visione ampia e credibile del futuro. Chi resta fuori non è più semplicemente “indeciso”: è un cittadino che ha smesso di credere nella politica come strumento collettivo.

Il dato più allarmante riguarda però il ruolo del Sud in questa crisi democratica. Campania e Puglia, due regioni fondamentali nella geografia economica e culturale nazionale, mostrano una partecipazione che scende sotto il 45%. Territori già segnati da disequilibri storici, emigrazione giovanile, difficoltà infrastrutturali, vedono oggi indebolirsi anche l’ultima leva democratica disponibile: la partecipazione politica. È una fragilità che rischia di amplificare le già note disparità tra Nord e Sud. Se la politica non rappresenta più i cittadini, chi rappresenterà le loro esigenze? E chi difenderà i territori quando si discuteranno fondi, autonomie differenziate, investimenti, politiche industriali? Il Mezzogiorno rischia una marginalizzazione istituzionale oltre che economica: non solo meno risorse, meno servizi, meno infrastrutture, ma anche meno voce politica. È un rischio che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale. Invece, lo si liquida come un dato dell’affluenza, come un numero tecnico, come qualcosa di fisiologico. Ma fisiologico non è. È il sintomo di un Paese che non si riconosce più nelle sue istituzioni.

La domanda che resta sul tavolo è semplice: cosa sono, oggi, le elezioni regionali? Sono un esercizio di democrazia reale o una liturgia garantita da poche minoranze organizzate? Sono il luogo del confronto pubblico o il passaggio formale che certifica equilibri già determinati altrove? La risposta, alla luce dell’affluenza, pende purtroppo verso la seconda ipotesi. Per recuperare partecipazione non bastano slogan o appelli dell’ultima ora. Servono risposte credibili, un linguaggio nuovo, un modo diverso di governare e di comunicare. Serve soprattutto restituire l’idea che il voto produca conseguenze. Che possa cambiare qualcosa. Che conti.

Finché questo non accadrà, continueranno a vincere i favoriti, sostenuti dagli apparati e da una base stabile, ma sempre più ristretta. Continueranno a perdere tutti gli altri: non perché la loro opzione politica sia minoritaria, ma perché hanno deciso di non partecipare. La vera sconfitta, in questo scenario, non è della destra o della sinistra. È della democrazia. Una democrazia che rischia di trasformarsi in un club esclusivo, dove a decidere non è più il popolo, ma la parte di popolo che resiste, che partecipa, che ha ancora qualcosa da guadagnare o da difendere. È una deriva che non possiamo permetterci di ignorare. Il rischio, altrimenti, è che un giorno il vero partito di maggioranza non sia più il centrosinistra o il centrodestra, ma l’astensione. E allora sarà troppo tardi per ricostruire la fiducia perduta.

Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore