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«Lista stupri» al Liceo Giulio Cesare – Atto grave, serve educazione e responsabilità

Un bagno maschile imbrattato con i nomi di studentesse: la denuncia del Zero Alibi, la condanna di Giuseppe Valditara e la richiesta di misure concrete contro la violenza di genere nelle scuole.

5 Dicembre 2025

Sharon Persico 

Lunedì 27 novembre 2025, a pochi giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, nel bagno maschile al secondo piano del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma, qualcuno ha vergato a pennarello rosso, sulle mattonelle, una frase atroce: “Lista stupri”, sotto la quale è comparso un elenco di nomi e cognomi di studentesse (e, secondo alcune ricostruzioni, anche il nome di un ragazzo).

Per chi lo ha scoperto, il collettivo studentesco Zero Alibi, non si tratta di una “bravata” adolescenziale. Si tratta di un gesto gravissimo, un’intimidazione codificata, che trasforma corpi, identità, nomi reali, in spago per una violenza simbolica. In una nota pubblicata poco dopo la denuncia, gli studenti hanno scritto:

«Un muro può essere cancellato, ma la cultura alla base del messaggio no, va combattuta».

Le reazioni sono state rapide, dense di orrore e indignazione. La dirigente scolastica, Paola Senesi, ha definito quei segni “ottusi graffiti vandalici”, aggiungendo che l’istituto non sarà mai «ricettacolo d’intolleranza». Il corpo docente, in un comunicato congiunto, ha espresso solidarietà alle ragazze e ai ragazzi coinvolti, ribadendo la ferma condanna di ogni forma di violenza di genere, fisica, verbale, psicologica o digitale.

Da Roma è arrivata anche la voce del governo. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha definito l’episodio

“un fatto grave che va indagato e sanzionato duramente”.

Ha poi richiamato le “nuove norme” che, secondo lui, danno alla scuola tutti gli strumenti utili per procedere. E ha chiesto di verificare come stiano andando nel liceo i corsi obbligatori, appena introdotti, di educazione al rispetto della donna e alle relazioni.

La comparsa della “lista” non è stata solo uno choc diffuso, ma ha acceso un dibattito urgente sulla scuola come spazio sopraffatto da una cultura patriarcale e sulla fragilità dei corpi che la attraversano.

Una delle studentesse ccoinvole, intervistata da un quotidiano, ha dichiarato di aver provato «ribrezzo e tanta rabbia» quando ha letto il proprio nome scritto in rosso sulle piastrelle. Nomi di ragazze per lo più tra i 17 e i 18 anni, molte impegnate politicamente nell’istituto, alcune addirittura rappresentanti elette.

Per lei e per molte compagne, la scuola avrebbe dovuto essere un luogo sicuro, invece, l’hanno trovata trasfigurata in un simbolo dell’umiliazione e dell’esclusione.

«La scuola dovrebbe essere un luogo sicuro. Ma questa è violenza», ha detto in un’intervista.

Per giorni, le famiglie delle studentesse coinvolte si sono mobilitate: hanno scritto una lettera aperta agli autori della “lista”, annunciando che la avrebbero letta in tutte le classi dell’istituto. Nessuna intenzione di “voltare le spalle”, ma la volontà di trasformare lo sdegno in impegno collettivo.

Intanto le indagini della polizia sono arrivate a un punto paradossale: la scritta non c’è più. Nessuna traccia del testo sul muro, un solo scatto, pubblicato sui social dal collettivo Zero Alibi, resta come prova. Un liceale,  che aveva fotografato lo scritto, è stato convocato in Questura. Sarà ascoltato come testimone. Sembra che sia stato lui a cancellare la “lista” immediatamente dopo averla immortalata.

Quel gesto di pulizia, forse dettato dal desiderio di non lasciare quell’immondizia visibile,  potrebbe aver compromesso la possibilità di un sopralluogo per gli inquirenti. Nel suo racconto, la dirigente scolastica ha ricostruito come la scoperta si sia svolta e descrive un clima di tensione e perplessità. Quel che importa, dicono gli investigatori, non è tanto il pennarello in sé, ma la cultura che lo ha generato.

Il gesto al Giulio Cesare non è un caso isolato. L’anno scorso, in un altro istituto romano, il Liceo Visconti, era finito nella cronaca per una “lista delle ragazze-trofeo”: nomi di studentesse affissi a un foglio bianco, visibile da tutti, con l’idea di classificare le loro conquiste.

Queste due pagine, per quanto differenti nei dettagli, raccontano la stessa radice, quella di una cultura che riduce le ragazze a oggetti, che celebra come “bravata” ciò che è umiliazione e violenza. Che normalizza lo stupro come minaccia, come scherno, come strumento di potere.

Eppure, ora, più che mai, la scuola italiana, le istituzioni, i docenti, le famiglie è chiamata a reagire, a non limitarsi alla pulizia delle piastrelle o all’individuazione di un colpevole singolo. A immaginare un percorso strutturato di educazione, che sia un’ educazione in senso lato, proiettata al rispetto, al consenso, alla pari dignità, all’empatia. Il richiamo di Valditara ai moduli previsti dalle nuove Linee guida sull’educazione civica è un segnale.

Come denunciano molte voci della comunità studentesca e delle reti per i diritti, non basta. Serve un codice anti-molestie per ogni istituto, che affronti in modo integrato le diverse forme di discriminazione e lesione della dignità personale, sia essa verbale, psicologica o fisica. Una rete di ascolto, protezione e prevenzione.

Serve anche uno sforzo culturale che superi le aule e giunga nella famiglia, nei media, nell’immaginario collettivo. Perché l’atto compiuto al Giulio Cesare,  come quelli analoghi al Visconti o altrove,  non è un episodio “giovanile”, non è un ragazzaccio che “esagera”, ma il segno di una violenza silenziosa, che già vive nella testa di chi la compie e che, finché resterà impunita o minimizzata, troverà sempre nuovi muri da imbrattare.

La scuola, luogo di formazione, di crescita, di speranza,  deve tornare a essere rifugio, non gabbia. Deve essere spazio di diritti, non di paura, di dialogo, non di sussurri complici.

Al Giulio Cesare, preside, docenti, famiglie e studenti stanno cercando di ricostruire la fiducia. Promuovendo assemblee, lettere aperte, presidi, momenti di incontro e riflessione, ma non basta un’assemblea o una nota ispettiva, serve un patto educativo serio, che duri.

Perché se la “lista stupri” può essere cancellata da un colpo di pennello o da un gesto di disgusto, non saranno mai cancellate, da nessuna mattonella, le tracce della paura, del senso di violazione, della vergogna, della rabbia.

E chi vive quella scuola, in quel momento, non potrà più tornare indietro.

Sta a noi, come comunità e come società  decidere da che parte stare.

«Un muro può essere cancellato, ma la cultura alla base del messaggio no.»