Liste d’attesa sanitarie fuori controllo – Fino a 360 giorni per una TAC. Il diritto alla salute diventa territoriale
Dai Rapporti 2025 di Cittadinanzattiva emerge un Servizio sanitario nazionale sempre più diseguale: cure negate, rinunce forzate e un divario Nord-Sud che mette a rischio l’universalità del sistema
16 Dicembre 2025
Esmeralda Mameli
Le liste d’attesa sanitarie in Italia non rappresentano più una criticità contingente o una disfunzione temporanea del sistema, ma un problema strutturale che incide in modo diretto sull’effettività del diritto costituzionale alla salute. È quanto emerge con chiarezza dai Rapporti 2025 di Cittadinanzattiva, presentati al Ministero della Salute, che restituiscono l’immagine di un Servizio sanitario nazionale sempre più distante dalla sua vocazione universalistica e sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalla capacità economica dei cittadini.

I numeri parlano da soli e raccontano una realtà che va ben oltre la percezione soggettiva del disagio: fino a 360 giorni di attesa per una TAC, oltre 500 giorni per una prima visita specialistica, 720 giorni per una colonscopia nelle prenotazioni ordinarie. Dati che, da soli, basterebbero a spiegare perché sempre più italiani rinunciano a curarsi o si rivolgono al privato, pagando di tasca propria ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire nei tempi clinicamente utili.
Ancora più allarmante è il dato che riguarda le prestazioni classificate come urgenti. Secondo l’elaborazione su dati Agenas 2025 citata da Cittadinanzattiva, una colonscopia con priorità urgente supera per un paziente su quattro i 105 giorni di attesa, a fronte delle 72 ore previste dalla normativa. Un cortocircuito che svuota di significato il concetto stesso di priorità clinica e che espone i pazienti a rischi evidenti, soprattutto in presenza di patologie oncologiche o croniche. In questo contesto, le liste d’attesa sanitarie non sono più soltanto un problema organizzativo, ma diventano un fattore di rischio sanitario e, in ultima analisi, una forma indiretta di negazione delle cure.
Il Rapporto Civico sulla salute 2025 si basa su 16.854 segnalazioni raccolte nel corso del 2024 e mostra come il 47,8% delle criticità segnalate dai cittadini riguardi proprio l’accesso alle prestazioni sanitarie. Un dato che conferma come le liste d’attesa siano oggi la principale emergenza del SSN, superando per impatto percepito anche la carenza di strutture o la qualità delle cure. Le fasce di priorità differibile, che dovrebbero garantire prestazioni entro 60 giorni, risultano sistematicamente disattese: si arriva a 147 giorni per una mammografia e a 177 giorni per una visita dermatologica, con conseguenze evidenti sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce.
A rendere il quadro ancora più critico è la profonda disomogeneità territoriale. L’accesso alle cure continua a dipendere in larga misura dalla Regione di residenza, confermando un’Italia sanitaria a più velocità. Cittadinanzattiva ha chiesto alle Regioni i dati per verificare l’applicazione della normativa sulle liste d’attesa: solo otto Regioni hanno risposto in modo completo, cinque non hanno risposto affatto, mentre le altre hanno fornito informazioni parziali. Una mancanza di trasparenza che non è neutra, ma che riflette una gestione frammentata e diseguale del sistema, con maggiori livelli di monitoraggio ed efficacia nel Centro-Nord e gravi carenze nel Mezzogiorno.
Le differenze non riguardano soltanto i tempi di attesa, ma anche i cosiddetti Percorsi di Tutela. In alcune Regioni il cittadino viene preso in carico attivamente dal sistema sanitario, con soluzioni alternative in caso di superamento dei tempi massimi; in altre, invece, tutto viene demandato all’iniziativa individuale, tra rimpalli burocratici e informazioni incomplete. Il risultato è un diritto alla salute che, pur formalmente uguale, nella pratica assume contorni profondamente diseguali. Le liste d’attesa sanitarie diventano così uno strumento implicito di selezione sociale, penalizzando chi non ha risorse economiche, competenze digitali o possibilità di spostarsi.
Il Rapporto sulle politiche della cronicità aggiunge un ulteriore livello critico. Per i pazienti cronici e rari, il sistema sanitario pubblico fatica sempre più a garantire continuità assistenziale. L’83,6% dei pazienti indica i tempi di attesa come principale problema, mentre oltre il 55% dichiara di aver rinunciato ad almeno una visita o a un esame negli ultimi dodici mesi a causa dell’indisponibilità delle prestazioni nel SSN. Rinunce che non sono frutto di scelte, ma di costrizioni, e che rischiano di tradursi in aggravamenti clinici, accessi impropri al pronto soccorso e, nel lungo periodo, costi ancora maggiori per il sistema.
Curarsi diventa sempre più spesso un lusso. Chi può permetterselo accede al privato, chi non può rinvia, rinuncia o resta in attesa. È una dinamica che mina alle fondamenta il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale e che sposta progressivamente il baricentro del sistema verso una sanità duale, pubblica sulla carta e privata nei fatti. Le liste d’attesa sanitarie non sono quindi, un effetto collaterale, ma uno dei principali fattori di questa trasformazione silenziosa.
Cittadinanzattiva individua anche le responsabilità sistemiche di questa deriva: carenza di personale sanitario, mancata integrazione tra ospedale e territorio, ritardi nell’attuazione delle riforme previste dal PNRR e un uso ancora insufficiente degli strumenti digitali per la gestione delle agende e dei flussi di prenotazione. A tutto questo si aggiunge l’assenza di un Piano Sanitario Nazionale aggiornato, mancante dal 2008, che lascia il sistema privo di una visione strategica unitaria e coerente con i cambiamenti demografici ed epidemiologici del Paese.
Le sette proposte avanzate dall’associazione puntano proprio a colmare questo vuoto: un nuovo Piano sanitario nazionale, il rafforzamento dei servizi territoriali, l’attuazione piena del DM 77 con la realizzazione delle Case e degli Ospedali di Comunità, una governance più stringente delle liste d’attesa, investimenti in infrastrutture digitali e nella formazione del personale, oltre a una rinnovata centralità della prevenzione. Proposte che, sulla carta, appaiono condivisibili, ma che si scontrano con una realtà fatta di attuazioni parziali, ritardi cronici e responsabilità frammentate tra Stato e Regioni.
Dal Ministero della Salute arriva una lettura più prudente. Secondo il capo del Dipartimento Programmazione, Francesco Saverio Mennini, il SSN non sarebbe stato ridotto e i dati ufficiali mostrerebbero un incremento delle risorse destinate a personale, prevenzione e assistenza territoriale. Una dichiarazione che, pur basata su dati di bilancio, fatica però a trovare riscontro nell’esperienza quotidiana dei cittadini. Perché il nodo non è soltanto quanto si spende, ma come si spende e soprattutto quanto tempo intercorre tra l’annuncio delle riforme e la loro concreta applicazione sul territorio.
Le liste d’attesa sanitarie continuano ad allungarsi, alimentando sfiducia, rabbia e rassegnazione. E mentre il dibattito politico si concentra spesso su numeri aggregati e percentuali di spesa, la realtà raccontata dai rapporti di Cittadinanzattiva parla di persone che attendono mesi per un esame diagnostico, di diagnosi tardive, di prevenzione compromessa. Una realtà che interroga direttamente le istituzioni e chiama in causa la sostenibilità stessa del modello di sanità pubblica italiana.
Se il diritto alla salute è davvero incomprimibile, come recita il titolo dell’evento di presentazione dei Rapporti, allora le liste d’attesa sanitarie rappresentano oggi la principale compressione di quel diritto. Una compressione che non può più essere considerata fisiologica o inevitabile, ma che richiede scelte politiche chiare, assunzioni di responsabilità e un cambio di passo reale. Perché in gioco non c’è soltanto l’efficienza del sistema, ma la credibilità stessa dello Stato nel garantire diritti fondamentali in modo equo e uniforme su tutto il territorio nazionale.

