attualità

Cassazione – TSO illegittimo allo studente senza mascherina. Una sentenza che segna un confine storico

Dopo quattro anni la Suprema Corte annulla il trattamento sanitario obbligatorio disposto nel 2021: le idee non sono una malattia

8 Gennaio 2026

Esmeralda Mameli 

Dopo quattro anni di silenzio, ferite aperte e conseguenze profonde, la Corte di Cassazione ha rimesso ordine là dove nel 2021 si era consumata una delle pagine più controverse del periodo pandemico: dichiarando TSO illegittimo il trattamento sanitario obbligatorio disposto nei confronti di uno studente marchigiano che si era rifiutato di indossare la mascherina in classe, la Suprema Corte ha tracciato una linea netta tra tutela della salute e abuso del potere sanitario, tra cura e punizione, tra dissenso e patologia. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza, perché riafferma un principio fondamentale spesso smarrito nei momenti di emergenza: le idee, anche quando scomode o anticonvenzionali, non sono una malattia.

Per comprendere la portata della decisione occorre spiegare cosa sia il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO è una misura eccezionale prevista dall’ordinamento italiano per consentire cure psichiatriche senza il consenso della persona, ma solo a condizioni rigidissime: deve esistere una patologia mentale accertata, deve esserci un rifiuto delle cure da parte del paziente e, soprattutto, deve sussistere una concreta necessità terapeutica non affrontabile in altro modo. Il TSO nasce come strumento di tutela della salute dell’individuo, non come mezzo di controllo sociale, repressione del dissenso o risposta emergenziale a comportamenti ritenuti problematici. È un atto gravissimo, che incide direttamente sulla libertà personale e che proprio per questo richiede garanzie, verifiche, ascolto, proporzionalità.

Nel maggio del 2021, in piena emergenza pandemica, questi principi sono stati messi da parte. Valerio Tellenio, allora diciottenne, studente di un istituto tecnico di Fano, manifesta il proprio dissenso contro l’obbligo di mascherina in classe. Prima verbalmente, poi con un gesto clamoroso: si incatena al banco. La protesta è certamente forte, ma resta una forma di dissenso. La mediazione scolastica fallisce, arrivano le forze dell’ordine e l’ambulanza. In pronto soccorso il ragazzo rifiuta il tampone e, a quel punto, due medici propongono il TSO sostenendo che rappresenti una minaccia per la salute pubblica. Il sindaco firma il provvedimento. Valerio viene ricoverato in psichiatria e vi resta quattro giorni, sottoposto a restrizioni severe.

È qui che si consuma la frattura che la Cassazione, oggi, ricompone. La Suprema Corte ha chiarito che il TSO fu utilizzato in modo improprio, non per curare una patologia, che infatti non è mai stata confermata dal reparto di psichiatria, ma per sanzionare un comportamento che, semmai, avrebbe potuto avere rilevanza disciplinare o penale. Ma anche su quel piano, Valerio è stato assolto dall’accusa di turbativa di pubblico servizio. Il punto centrale, ribadito con forza dai giudici, è che non si può trasformare uno strumento sanitario in una misura punitiva, né tantomeno usare la psichiatria come risposta al dissenso.

La Cassazione va oltre, e lo fa con parole destinate a restare. Le idee anticonvenzionali non sono un sintomo patologico. Non lo diventano in tempo di pace e non lo diventano in tempo di emergenza. Non esiste alcuna scorciatoia emergenziale che consenta di sospendere la dignità della persona o di comprimere la libertà individuale senza le garanzie previste dalla legge. Il TSO, ricorda la Corte, deve servire esclusivamente la salute dell’individuo, non la tranquillità delle istituzioni.

Questa sentenza non è solo un principio astratto, ma il riconoscimento di un danno umano profondo. La vicenda ha avuto ripercussioni psicologiche e sociali pesantissime sulla vita del giovane, oggi ventiduenne. Lo stigma del TSO, il marchio del ricovero psichiatrico, l’esposizione mediatica nazionale hanno inciso sul suo percorso personale e lavorativo. Secondo i suoi legali, trovare un lavoro stabile è diventato difficile, perché il suo nome continua a essere associato a quell’episodio. È per questo che ora si apre una nuova fase,

quella della possibile richiesta di risarcimento, che potrebbe coinvolgere sanitari, istituzione scolastica e amministrazione comunale.

La pronuncia sul TSO illegittimo non cancella ciò che è stato, ma restituisce dignità. Restituisce voce a un ragazzo che, nel momento più fragile, non è stato ascoltato. Restituisce centralità al diritto, ricordando che la salute pubblica non può essere tutelata sacrificando senza misura i diritti fondamentali. E restituisce alla psichiatria il suo ruolo autentico: cura, non contenimento del conflitto sociale.

In un tempo in cui l’emergenza ha spesso giustificato tutto, la Cassazione riafferma che esistono limiti invalicabili. È questo il cuore della sentenza. Ed è per questo che non riguarda solo un singolo caso, ma l’intera comunità, perché una democrazia si misura anche da come tratta chi dissente.