Cronaca estera

Giovani italiani volontari in Ucraina – Idealismo europeista e realtà del fronte

Una nuova generazione di italiani lascia lavoro e famiglia per arruolarsi nelle forze armate ucraine, citando valori europei e la difesa dell’unità continentale.

11 gennaio 2026

Esmeralda Mameli

Arrivano a Kiev con zaini leggeri e decisioni pesantissime. Sono giovani, italiani, provenienti da città e province apparentemente lontane dal fragore della guerra – Como, Verona, Emilia Romagna, Toscana – e hanno scelto di lasciare lavoro, famiglia e quotidianità per arruolarsi nelle forze armate ucraine. Non mercenari, tengono a precisare, ma volontari mossi da una visione ideale che definiscono europeista. Una scelta estrema, raccontata dall’ANSA direttamente dalla capitale ucraina, che riapre interrogativi profondi sul senso del conflitto, sull’identità europea e sui confini – morali, politici e giuridici – dell’impegno individuale in guerra.

Passeggiano in piazza Maidan, tra la neve che cade sui memoriali dei caduti, mostrando sulle spalle le toppe militari gialloblù. Citano Altiero Spinelli, evocano il Manifesto di Ventotene, parlano di un’Europa che – a loro dire – in Ucraina si starebbe giocando la propria anima.

Tra loro c’è Andrea Cappelletti, 25 anni, di Cantù. Designer fino a pochi mesi fa, ha lasciato il lavoro a dicembre per avviare formalmente la procedura di arruolamento nell’esercito ucraino. Usa il nome di battaglia “Velite”, richiamo alle figure dell’antica Roma che portavano rifornimenti in prima linea. Non è alla sua prima esperienza nel Paese: negli ultimi tre anni era già stato più volte nelle zone di guerra, da Kherson a Pokrovsk, come volontario umanitario. Ora, però, il passo è diverso, irreversibile.

«Ho messo in conto anche di poter morire, racconta, ma preferisco questo piuttosto che restare a guardare senza fare nulla».

Accanto a lui altri giovani condividono la stessa determinazione. C’è N., 34 anni, di Verona, programmatore informatico fino a poco tempo fa, arrivato a Kiev da dieci giorni. La famiglia non sa della sua scelta: crede che sia partito semplicemente per un viaggio.

«Quel capitolo della mia vita è chiuso – spiega – ora voglio aiutare in prima linea».

Per entrambi, e per molti altri, l’obiettivo dichiarato è chiaro: difendere l’Ucraina come avamposto di un’Europa diversa, più coerente con i valori di libertà e autodeterminazione. Un’Europa che, nelle loro parole, i soldati ucraini incarnerebbero con convinzione autentica.

A sostenere logisticamente e moralmente questi italiani volontari in Ucraina c’è l’associazione STUR, acronimo di Support The Ukrainian Resistance, una realtà composta da una quindicina di attivisti con una rete di donatori. L’associazione fornisce aiuti concreti al fronte, cibo italiano, medicinali, attrezzature mediche, ma svolge anche un ruolo meno visibile e forse più delicato: il supporto psicosociale alle famiglie dei volontari. Un accompagnamento necessario, spiegano, perché la scelta di partire comporta un carico emotivo enorme per chi resta, spesso con la consapevolezza che il proprio figlio o compagno potrebbe non tornare. Nei memoriali di Maidan, tra le foto dei caduti, compaiono già dodici italiani morti combattendo in Ucraina dall’inizio del conflitto.

Il fenomeno dei foreign fighters italiani non è nuovo e, dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, è stato monitorato da media e autorità. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, decine di cittadini italiani si sono uniti alle forze ucraine o a unità internazionali integrate nell’esercito di Kiev. Alcuni di loro hanno perso la vita. Dal punto di vista giuridico, la questione resta complessa: la legge italiana vieta l’arruolamento in eserciti stranieri senza autorizzazione,  distinguendo tra volontariato ideologico e mercenarismo, ma l’applicazione concreta delle norme è spesso oggetto di dibattito e valutazioni caso per caso. Finora, l’attenzione giudiziaria si è concentrata più su chi combatte per gruppi irregolari che su chi si inserisce formalmente nelle forze armate ucraine.

Sul piano politico, il governo italiano ha ribadito più volte di non avere alcuna intenzione di inviare truppe regolari in Ucraina, mantenendo il sostegno a Kiev su un piano diplomatico, economico e militare indiretto, in linea con gli alleati NATO e UE. La scelta dei singoli volontari, dunque, resta un’iniziativa personale, non rappresentativa dello Stato italiano, ma capace comunque di incidere nel dibattito pubblico.

Colpisce, nelle parole di questi giovani, la convinzione che la guerra sia ormai l’unico linguaggio possibile.

«La pace, l’aiuto e il pane non servono più, afferma Andrea, servono i fucili».

Una frase dura, che fotografa lo slittamento da una visione umanitaria a una militare, maturata sul campo. Sono convinti che Kiev vincerà, nonostante la superiorità numerica russa.

«L’importante è non arrendersi, dicono, prima o poi a Mosca finirà la voglia di combattere. A differenza nostra, non hanno una vera motivazione».

La storia degli italiani volontari in Ucraina è una storia di idealismo radicale, di scelte individuali che si collocano nel cuore di una guerra geopolitica globale. Racconta di una generazione che, nel bene e nel male, non accetta la neutralità emotiva e sceglie di trasformare un’idea di Europa in un impegno armato. Una storia che interroga profondamente coscienze, istituzioni e opinione pubblica, lasciando aperta una domanda essenziale: dove finisce l’ideale e dove comincia il prezzo umano della guerra?