Affidi sotto accusa – Quando la tutela dei minori diventa un sistema opaco
Allontanamenti forzati, padri invisibili, bambini senza voce e un flusso di denaro poco trasparente: dentro il controverso business degli affidi.
12 Gennaio 2026
Sergio Angrisano
C’è una parola che, più di altre, dovrebbe evocare protezione, cura, responsabilità collettiva: affido. Eppure, negli ultimi anni, quel termine si è progressivamente caricato di un’ombra inquieta, fino a diventare per molte famiglie sinonimo di paura, impotenza, perdita. Nel cuore del dibattito pubblico italiano, il business degli affidi è diventato un terreno scivoloso, dove si intrecciano storie di bambini strappati ai genitori, padri che non vedono più i propri figli, madri etichettate come “alienanti”, relazioni tecniche che pesano più dei fatti e un sistema che, anziché sostenere i nuclei fragili, talvolta sembra disgregarli.
Le testimonianze raccolte negli anni parlano una lingua comune, fatta di provvedimenti improvvisi, decreti difficili da comprendere, allontanamenti eseguiti con modalità traumatiche. Padri che raccontano di aver visto i figli per l’ultima volta in una stanza di tribunale, madri che denunciano di essere state giudicate incapaci sulla base di valutazioni soggettive, bambini che non hanno voce se non quella mediata da perizie psicologiche. È qui che il business degli affidi smette di essere un’espressione polemica e diventa una domanda legittima: chi decide davvero il destino dei minori?
Il caso Bibbiano, esploso nel 2019 con l’inchiesta “Angeli e Demoni”, ha rappresentato uno spartiacque simbolico. L’ipotesi di un sistema organizzato di affidi illeciti nella Val d’Enza, con minori allontanati dalle famiglie attraverso relazioni manipolate e percorsi terapeutici controversi, ha scosso il Paese. Anni dopo, la sentenza di primo grado ha ridimensionato drasticamente l’impianto accusatorio, lasciando sul campo poche condanne e molte assoluzioni. Ma il punto non è solo giudiziario. Bibbiano ha aperto una ferita che non si è mai davvero richiusa: la sensazione che il sistema di tutela dei minori sia opaco, difficilmente sindacabile, impermeabile al controllo democratico.
Nel silenzio delle aule giudiziarie, si muovono i servizi sociali, figure centrali e al tempo stesso potentissime. Le loro relazioni diventano spesso l’asse portante delle decisioni dei tribunali per i minorenni. Relazioni che, come denunciano avvocati e associazioni, non sempre si basano su fatti accertati, ma su interpretazioni, impressioni, linguaggi tecnici che sfuggono alla comprensione delle famiglie coinvolte. In questo spazio grigio si colloca uno dei nodi più controversi del business degli affidi: la soggettività elevata a criterio decisionale.
C’è poi il tema dell’alienazione parentale, una teoria non riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, ma che continua a comparire nei procedimenti di affido. Madri accusate di manipolare i figli, padri considerati vittime di una dinamica relazionale patologica, bambini che finiscono in comunità “per il loro bene”. Numerose manifestazioni e prese di posizione pubbliche hanno denunciato l’uso distorto di questo concetto, sottolineando come esso possa diventare uno strumento per ribaltare le accuse di violenza domestica e giustificare allontanamenti forzati.
Le storie dei padri separati dai figli attraversano questo scenario come un filo rosso di dolore e rabbia. Molti raccontano di procedimenti infiniti, di consulenze tecniche d’ufficio costose e spesso sbilanciate, di un sistema che sembra considerarli colpevoli a priori. Nei forum legali, nei gruppi di supporto, nelle associazioni di tutela genitoriale, emergono racconti di uomini che non vedono i propri bambini da anni, nonostante assenza di condanne, nonostante archiviazioni, nonostante assoluzioni. È un grido sommesso che difficilmente trova spazio nei media generalisti, ma che contribuisce ad alimentare il sospetto che il business degli affidi abbia anche un volto ideologico e culturale.
Sul piano economico, i numeri restano sorprendentemente difficili da ricostruire. Ed è proprio questa opacità a sollevare interrogativi. In Italia, l’accoglienza dei minori fuori famiglia costa centinaia di milioni di euro l’anno tra comunità educative, case famiglia, affidamenti eterofamiliari, consulenze e percorsi terapeutici. Il costo medio giornaliero per un minore in comunità può variare dai 100 ai 400 euro, a seconda della struttura e della regione. Una cifra che, moltiplicata per migliaia di bambini e per anni di permanenza, costruisce un sistema economico strutturato, spesso gestito da cooperative e soggetti privati convenzionati con gli enti locali.
A livello internazionale, il dibattito è ancora più esplicito. Nel Regno Unito, un’inchiesta del Guardian ha messo in luce come una quota crescente dei posti in affido sia gestita da società private sostenute da fondi di investimento, con profitti milionari e costi sempre più alti per le amministrazioni pubbliche. Negli Stati Uniti, il sistema del foster care è da tempo sotto accusa per l’alto numero di minori sottratti alle famiglie povere e per l’enorme flusso di denaro che alimenta agenzie, strutture e servizi collaterali. In entrambi i casi, la domanda è la stessa: quando la tutela diventa mercato, chi garantisce che l’interesse del minore resti centrale?
Un altro elemento cruciale è l’ascolto dei bambini. Le convenzioni internazionali parlano chiaro: i minori hanno diritto a essere ascoltati. Eppure, molte testimonianze di ex affidati raccontano di anni trascorsi in comunità senza che il loro desiderio di tornare a casa o di essere accolti da una famiglia venisse realmente preso in considerazione. Ragazzi che diventano maggiorenni dentro il sistema, portandosi dietro ferite profonde, senso di abbandono, sfiducia nelle istituzioni.
In Italia, studiosi ed esperti del settore sociale hanno più volte denunciato la mancanza di dati strutturati e accessibili. Non esiste un sistema pubblico che consenta di sapere con precisione quanti minori vengano allontanati ogni anno, per quali motivi, per quanto tempo, con quali esiti. Non sappiamo quanti rientrino in famiglia, quanti restino in comunità fino alla maggiore età, quanti vengano adottati. Questa assenza di trasparenza è uno dei pilastri su cui si regge il sospetto di un business degli affidi fuori controllo.
Non a caso, è stata più volte proposta l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sugli affidi e sulle comunità di accoglienza. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di fare luce sui meccanismi decisionali, sui flussi economici, sulle responsabilità istituzionali. Ma ogni tentativo di affrontare il tema incontra resistenze, minimizzazioni, accuse di strumentalizzazione politica. Come se parlare apertamente di affidi significasse mettere in discussione un dogma intoccabile.
Eppure, il cuore della questione non è negare l’esistenza di situazioni in cui l’allontanamento è necessario e salvifico. La tutela dei minori è un dovere irrinunciabile dello Stato. Il punto è un altro: garantire che ogni decisione sia davvero l’ultima ratio, basata su prove concrete, verificabili, sottoposte a contraddittorio, e non su automatismi o interessi collaterali. Garantire che il business degli affidi non diventi un sistema autoreferenziale, in cui più bambini entrano, più il sistema cresce e si alimenta.
Dietro ogni fascicolo c’è una vita. Dietro ogni relazione, un bambino che crescerà con quella decisione cucita addosso. Continuare a ignorare le crepe di questo sistema significa accettare che la tutela dei minori possa trasformarsi, per alcuni, in una forma di ingiustizia silenziosa.

