Annessione Groenlandia – Il disegno di legge USA riaccende lo scontro geopolitico nell’Artico
Un deputato repubblicano porta al Congresso una proposta senza precedenti per trasformare la Groenlandia nel 51° stato americano, mentre Danimarca, Nuuk e Washington si preparano al confronto diplomatico
13 Gennaio 2026
Sergio Angrisano
Per anni l’idea dell’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti è rimasta confinata nel perimetro delle dichiarazioni provocatorie e delle suggestioni geopolitiche. Ora, però, quella che sembrava una boutade è diventata un atto politico formale. Alla Camera dei Rappresentanti di Washington è stato presentato un disegno di legge che autorizza esplicitamente l’amministrazione statunitense a intraprendere “qualsiasi azione necessaria” per annettere o acquisire la Groenlandia e avviarne il percorso verso la trasformazione nel 51° stato degli Usa. A firmarlo è il deputato repubblicano Randy Fine, che ha dato forma legislativa a un progetto che tocca nervi scoperti della politica internazionale, dell’equilibrio tra alleati Nato e della competizione globale nell’Artico.
Il provvedimento, denominato Greenland Annexation and Statehood Act, non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Il testo prevede che la Casa Bianca possa muoversi sul piano diplomatico, economico e strategico per acquisire il territorio, imponendo poi al Congresso un passaggio successivo: la redazione di un rapporto dettagliato sulle modifiche alla legislazione federale necessarie per integrare la Groenlandia come stato a pieno titolo dell’Unione. Si tratta quindi, di una semplice dichiarazione d’intenti, che apre la strada a uno scenario dirompente.
Nelle motivazioni ufficiali, Fine parla apertamente di sicurezza nazionale. La Groenlandia, sostiene, non è un avamposto remoto, ma una risorsa vitale, un nodo strategico che controlla le principali rotte di navigazione artiche e un elemento chiave dell’architettura di difesa statunitense. Nel linguaggio del deputato repubblicano ricorre più volte il concetto di competizione globale: Cina e Russia vengono indicate come potenze pronte a espandere la propria influenza nella regione, mentre le precedenti amministrazioni americane vengono accusate di aver lasciato spazio a una progressiva erosione del predominio statunitense. In questa cornice, l’annessione della Groenlandia viene presentata come un atto di forza e di leadership, una scelta necessaria per garantire sicurezza, futuro economico e controllo strategico dell’Artico.
La tempistica dell’iniziativa legislativa non è casuale. Il disegno di legge è arrivato al Congresso poche ore dopo le dichiarazioni del primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen, che ha ribadito con fermezza l’appartenenza dell’isola al Regno di Danimarca e il ruolo centrale della cooperazione Nato nella difesa del territorio. Parole che suonano come una risposta diretta alle rinnovate ambizioni statunitensi, rilanciate anche da recenti prese di posizione del presidente Usa, tornato a evocare il controllo americano sulla Groenlandia come opzione strategica.
A Copenaghen la reazione è stata di allarme e irritazione. Il governo danese considera la proposta americana una violazione dello spirito di alleanza e un atto che rischia di destabilizzare l’intero assetto di sicurezza del Nord Europa. La Groenlandia, pur godendo di un ampio grado di autonomia, resta parte integrante del Regno di Danimarca, e ogni ipotesi di annessione esterna viene letta come un’ingerenza inaccettabile. Non a caso, nelle stesse ore in cui il disegno di legge veniva reso pubblico, le autorità danesi annunciavano una serie di incontri politici e militari per rafforzare il coordinamento sulla sicurezza artica.
Il confronto diplomatico entra ora in una fase delicata. Alla Casa Bianca è previsto un incontro tra il segretario di Stato Marco Rubio, il vicepresidente J.D. Vance e i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia. Un vertice richiesto da Copenaghen e Nuuk per affrontare direttamente le dichiarazioni sempre più assertive provenienti da Washington e chiarire le reali intenzioni dell’amministrazione americana. Parallelamente, il governo danese ha convocato i tradizionali colloqui biennali con le autorità delle Faroe e della Groenlandia sui temi di politica estera, sicurezza e difesa, mentre il ministro della Difesa danese incontrerà il segretario generale della Nato Mark Rutte per discutere specificamente della sicurezza dell’Artico.
Il caso Groenlandia ha inevitabilmente travalicato l’asse Washington-Copenaghen, investendo l’intera Unione europea. Da Bruxelles il messaggio è improntato alla cautela istituzionale: meno attenzione alle provocazioni mediatiche e più focus sulle azioni concrete. Dietro questa prudenza formale, inevitabilmente cresce la preoccupazione per un’iniziativa che potrebbe creare un precedente pericoloso, mettendo in discussione i confini, le sovranità e il principio di autodeterminazione in un’area strategica già segnata da forti tensioni geopolitiche.
Anche all’interno della Groenlandia il dibattito è acceso. Se il governo ribadisce la linea della cooperazione con la Danimarca e la Nato, alcune voci dell’opposizione invitano a non chiudere la porta a priori a un confronto con Washington. Il leader del partito Nalerag, Pele Broberg, ha dichiarato che una soluzione negoziata potrebbe essere preferibile a uno scontro frontale, criticando l’impostazione difensiva adottata dall’esecutivo e chiedendo maggiore chiarezza sulle reali proposte americane. Una posizione che riflette le tensioni interne di un territorio sospeso tra aspirazioni indipendentiste, legami storici con Copenaghen e le pressioni delle grandi potenze.
Sul piano internazionale, la questione si intreccia con le mosse di Mosca e Pechino. L’ambasciatore russo in Danimarca ha espresso pubblicamente sostegno all’indipendenza della Groenlandia, affermando che l’isola non vuole far parte né degli Stati Uniti né della Danimarca. Una dichiarazione che aggiunge un ulteriore livello di complessità a una partita già affollata di interessi strategici, risorse minerarie, nuove rotte commerciali e equilibri militari.
L’annessione Groenlandia, da ipotesi teorica, è così entrata ufficialmente nell’agenda politica americana e nel lessico della diplomazia globale. Il disegno di legge di Randy Fine difficilmente passerà senza incontrare ostacoli, ma il suo valore simbolico è già evidente, poiché segna un cambio di tono, un’escalation retorica e istituzionale che rende l’Artico uno dei nuovi epicentri della competizione tra potenze. In gioco non c’è solo il futuro di un’isola immensa e poco popolata, ma l’assetto stesso dell’ordine internazionale in una regione destinata a diventare sempre più centrale negli equilibri del XXI secolo.

