Somalia rompe con gli Emirati – Stop ai voli militari e annullamento dei patti sui porti
Mogadiscio reagisce alla presunta violazione della sovranità nazionale, cancellando accordi con gli Emirati e incrinando equilibri strategici nel Corno d’Africa
13 Gennaio 2026
Esmeralda Mameli
Nel Corno d’Africa soffia di nuovo un vento carico di tensione e questa volta Mogadiscio ha scelto di non arretrare. La decisione della Somalia di sospendere tutti i voli militari e cargo degli Emirati Arabi Uniti e di annullare gli accordi strategici sui porti non è un gesto isolato né impulsivo, ma il risultato di una frattura diplomatica maturata nel tempo e improvvisamente esplosa. La Somalia blocca i voli degli Emirati e, con essi, una parte rilevante dell’influenza di Abu Dhabi lungo una delle rotte geopolitiche più sensibili del pianeta: quella che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
Il detonatore ufficiale della crisi è stato un episodio avvenuto nei primi giorni di gennaio, quando un aereo decollato da Berbera, nel Somaliland, ha attraversato lo spazio aereo somalo senza autorizzazione trasportando Aidarous al-Zubaidi, leader del Consiglio di Transizione del Sud yemenita, accompagnato, secondo la ricostruzione delle autorità di Mogadiscio, da personale militare emiratino. Un transito che, per il governo federale, ha rappresentato una violazione diretta della sovranità nazionale. La reazione è stata rapida e senza sfumature: stop immediato ai voli militari e logistici degli Emirati, con la sola concessione di corridoi limitati per il ritiro di uomini e mezzi già presenti sul territorio.
Dietro la scelta con cui la Somalia blocca i voli Emirati si muove una partita che intreccia sicurezza, controllo delle infrastrutture strategiche e ridefinizione delle alleanze regionali. Il Consiglio dei Ministri somalo, riunito d’urgenza, ha infatti deciso di annullare tutti gli accordi di cooperazione con Abu Dhabi relativi ai porti di Berbera, Bosaso e Kismayo, infrastrutture cruciali non solo per l’economia locale, ma per l’intero equilibrio del Corno d’Africa. Una mossa che colpisce direttamente gli interessi emiratini, in particolare quelli legati a DP World, la società di Dubai che negli ultimi anni ha investito massicciamente nella gestione e nell’espansione di scali portuali nella regione.
Il messaggio lanciato da Mogadiscio è inequivocabile: nessuna autorità regionale, nessuna entità privata può negoziare con potenze straniere senza il consenso del governo federale. A rafforzare questo principio, l’esecutivo ha annunciato l’approvazione di una nuova normativa sulla sovranità nazionale, pensata per impedire che territori come il Somaliland o il Puntland continuino a muoversi come attori autonomi sullo scacchiere internazionale. Per la Somalia, che da decenni tenta di ricostruire uno Stato unitario dopo il collasso istituzionale degli anni Novanta, il controllo dei porti e dello spazio aereo è una linea rossa non più negoziabile.
Sul piano regionale, la crisi ha riaperto vecchie fratture all’interno del mondo arabo. L’Arabia Saudita, da tempo in competizione strategica con gli Emirati, si è schierata apertamente con Mogadiscio. Secondo fonti della coalizione a guida saudita nello Yemen, Abu Dhabi avrebbe facilitato l’uscita di al-Zubaidi proprio per sottrarlo a un confronto politico con Riad, aggravando così le tensioni già esistenti all’interno del fronte anti-Houthi. Non è passato inosservato, agli osservatori internazionali, l’atterraggio non programmato di un jet militare saudita a Mogadiscio nelle stesse ore in cui esplodeva il caso del volo “fantasma”, alimentando l’ipotesi di un coordinamento politico e diplomatico dietro le quinte.
Al centro della contesa resta il Somaliland, la regione settentrionale che si è proclamata indipendente nel 1991, ma che non gode di riconoscimento internazionale. Gli Emirati hanno investito pesantemente a Berbera, trasformando il porto in uno snodo logistico e militare di primaria importanza. Per Mogadiscio, però, quel porto resta territorio somalo, e ogni accordo firmato senza l’avallo del governo centrale viene considerato nullo. Le tensioni sono state ulteriormente alimentate da indiscrezioni, riportate da analisti e media regionali, su un presunto avvicinamento diplomatico tra il Somaliland e Israele, una prospettiva che il governo somalo considera destabilizzante e inaccettabile.
Le conseguenze economiche della rottura con Abu Dhabi non sono trascurabili. Gli investimenti emiratini hanno garantito negli anni infrastrutture, occupazione e un certo grado di stabilità in aree fragili. Tuttavia, da Mogadiscio la linea è chiara: la sovranità viene prima dei capitali. La Somalia blocca i voli Emirati consapevole dei rischi immediati, ma anche della possibilità di aprire nuovi canali con altri attori regionali come Turchia, Qatar o Arabia Saudita, già presenti nel Paese con progetti militari, umanitari ed economici.
Ciò che sta accadendo nel Corno d’Africa e il segnale di una Somalia che tenta di uscire dal ruolo di terreno di competizione tra potenze straniere e di riaffermarsi come soggetto politico autonomo. In un’area attraversata da conflitti, rivalità e interessi globali, Mogadiscio ha scelto di alzare la voce, sapendo che il prezzo della neutralità passiva sarebbe stato più alto di quello dello scontro aperto. Il risultato di questa scelta, però, resta tutto da scrivere.

