L’Italia chiede all’UE di costituirsi parte civile nel caso Crans-Montana
Il governo italiano chiede alla Commissione UE di costituirsi parte civile nel procedimento svizzero sulla tragedia di Crans-Montana e propone un coordinamento europeo per tutelare vittime e feriti
15 Gennaio 2026
Sharon Persico
C’è un momento, nella storia di una tragedia, in cui il dolore privato diventa questione pubblica e la richiesta di verità smette di essere solo un atto individuale per trasformarsi in responsabilità collettiva. È ciò che sta accadendo intorno alla tragedia di Crans-Montana e in questo passaggio l’Italia ha scelto di non restare spettatrice. Il governo italiano ha chiesto che la Commissione europea si costituisca parte civile nel procedimento giudiziario aperto in Svizzera, un Paese che non fa parte dell’Unione Europea, ma nel quale, nella notte di Capodanno, si è consumata una delle tragedie più gravi degli ultimi anni, con decine di vittime e numerosi feriti, tra cui cittadini italiani.
La richiesta è stata illustrata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al termine dell’incontro avvenuto a Palazzo Chigi con i familiari delle vittime italiane. Un incontro carico di emozione, ma anche di determinazione, nel quale il governo ha voluto ribadire che la propria presenza non sarà meramente formale. Mantovano ha parlato di “fior fior di precedenti” che giustificano il coinvolgimento della Commissione UE e ha sottolineato come, se l’Europa ha un senso che vada oltre i trattati economici, questo si manifesta proprio nei momenti in cui è necessario garantire cooperazione giudiziaria, rappresentanza delle vittime e trasparenza nell’accertamento dei fatti. L’Italia parte civile bella tragedia di Crans-Montana diventa anche un banco di prova per la credibilità delle istituzioni europee di fronte a un dramma che ha travalicato i confini nazionali.
La Svizzera, com’è noto, non rientra nel perimetro giuridico dell’Unione Europea. Questo rende più complesso il dialogo tra autorità giudiziarie. Proprio per questo, secondo Mantovano, si rende necessario un coordinamento tra gli Stati europei che hanno visto propri cittadini coinvolti, un’azione congiunta che possa affiancare le autorità elvetiche nel rispetto del loro ordinamento, ma senza lasciare sole le famiglie. L’Avvocatura dello Stato italiano, come confermato dallo stesso sottosegretario, è già al lavoro per predisporre l’atto di costituzione di parte civile, mentre sul piano politico si lavora per coinvolgere altri Paesi europei in una strategia comune. L’Italia come parte civile nel caso Crans-Montana si configura così come il perno di un’iniziativa di cooperazione internazionale.
Durante la conferenza stampa, l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli ha chiarito con parole nette il senso dell’azione italiana. La costituzione di parte civile, ha spiegato, sarà un impegno sostanziale, volto a garantire che le famiglie delle vittime sappiano di non essere sole. Il messaggio, ha detto, deve arrivare “chiaro e forte”: lo Stato italiano è al fianco dei suoi cittadini, come ha già fatto la Francia. In questo passaggio emerge un altro elemento centrale della vicenda: la percezione, da parte delle famiglie, di una presenza istituzionale che non si limita alla retorica del cordoglio, ma si traduce in azioni concrete.
Le famiglie delle vittime italiane, hanno annunciato la volontà di costituirsi in un coordinamento unitario. A darne notizia è stato l’avvocato Alessandro Vaccaro, che ha parlato a nome di tutte le famiglie al termine dell’incontro a Palazzo Chigi. Una scelta maturata nella consapevolezza che, in un contesto giuridico complesso come quello svizzero, parlare con una sola voce può fare la differenza. Vaccaro ha sottolineato come la questione non sia, almeno in questa fase, quella dei risarcimenti, ma l’accertamento rigoroso dei fatti. Il dolore, ha detto, è troppo grande per essere ridotto a una cifra economica. Serve verità e per ottenerla è fondamentale il supporto dello Stato e delle istituzioni.
Sul piano giudiziario, la vicenda sta assumendo contorni sempre più articolati. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ricordato che l’articolo 10 del codice penale italiano consente al ministro di chiedere di procedere contro cittadini stranieri per reati commessi all’estero che abbiano coinvolto cittadini italiani, una facoltà che il dicastero è intenzionato a esercitare non appena si creeranno i presupposti. Nordio ha inoltre confermato che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti per incendio e omicidio colposo aggravato, e che saranno avviate rogatorie con l’autorità giudiziaria svizzera per acquisire tutti gli elementi utili alla ricostruzione dell’evento.
Non meno rilevante è il fronte degli indennizzi e dell’assistenza alle vittime. L’ambasciatore italiano in Svizzera Gian Lorenzo Cornado ha spiegato che il governo elvetico ha deciso di chiedere al Parlamento l’autorizzazione a un ulteriore finanziamento a favore dei cantoni, per far fronte alle richieste di indennizzo e risarcimento che superano le disponibilità attuali. In attesa di queste misure, il Canton Vallese ha già stanziato 10.000 franchi per ogni vittima o ferito, un contributo immediato che si affianca ad altri strumenti di aiuto alle vittime di reati previsti dall’ordinamento svizzero. Cornado ha ricordato che le famiglie possono rivolgersi anche a cantoni di lingua italiana, come il Ticino, per ottenere assistenza immediata, dalle prime consulenze legali alle cure mediche e al supporto psicologico.
La tragedia di Crans-Montana ha colpito profondamente l’opinione pubblica europea, non solo per il numero delle vittime, ma per le domande che solleva in termini di sicurezza, controlli, responsabilità. Domande che non possono restare confinate entro il perimetro di uno Stato, soprattutto quando le vittime appartengono a più nazionalità. È in questo spazio che si inserisce l’iniziativa italiana, che chiama in causa l’Unione Europea non come semplice spettatrice, ma come soggetto capace di rappresentare un interesse collettivo superiore. L’Italia parte civile nel dramma di Crans-Montana diventa una richiesta di giustizia che si rivolge all’Europa intera, chiedendole di dimostrare che la tutela dei cittadini non si ferma davanti alle frontiere.
C’è infine una dimensione profondamente umana che attraversa tutta questa vicenda e che non può essere ignorata. Durante i giorni successivi alla tragedia, il Papa ha incontrato i familiari delle vittime italiane, esprimendo parole di vicinanza e consolazione, consapevole della loro insufficienza di fronte a un dolore così grande. È un gesto che si colloca su un piano diverso rispetto a quello giuridico e politico, ma che contribuisce a restituire la misura della ferita aperta da quanto accaduto a Crans-Montana. Ed è forse proprio questa ferita a spiegare perché l’Italia abbia scelto una linea così netta, chiedendo non solo giustizia per i propri cittadini, ma un’assunzione di responsabilità collettiva.
La scelta dell’Italia di muoversi come parte civile nel caso Crans-Montana e di coinvolgere la Commissione europea segna un passaggio importante nel modo in cui le tragedie transnazionali vengono affrontate sul piano istituzionale. Non si tratta soltanto di affermare un diritto, ma di ribadire un principio: quando la vita dei cittadini è spezzata o segnata in modo irreversibile, lo Stato e le istituzioni sovranazionali hanno il dovere di esserci, di cercare la verità, di accompagnare chi resta.

