Referendum giustizia – Raggiunte 500mila firme. Incognite su data e quesito tra ricorsi e possibili mosse in Consulta
Mezzo milione di firme in poche settimane riaccende lo scontro istituzionale sulla riforma della magistratura, tra decisioni del governo, ricorsi e possibili interventi della Consulta.
16 Gennaio 2026
Sergio Angrisano
Cinquecentomila firme in venticinque giorni non sono solo un dato numerico, irrompe nel cuore dello scontro sulla riforma della magistratura voluta dal governo e rimette al centro il referendum giustizia come strumento di sovranità popolare. Dal 22 dicembre 2025 al 15 gennaio 2026, al ritmo medio di circa ventimila sottoscrizioni al giorno, una mobilitazione civica promossa da quindici giuristi – coordinati dall’avvocato Carlo Guglielmi, figura storica dell’avvocatura sindacale – ha raggiunto il quorum previsto dall’articolo 138 della Costituzione per chiedere il referendum confermativo sulla legge costituzionale che modifica l’ordinamento giurisdizionale e istituisce la Corte disciplinare. Una raccolta avviata prima di Natale, sostenuta quasi esclusivamente online tramite Spid e Carta d’identità elettronica, che ha dimostrato come il tema della giustizia non sia confinato agli addetti ai lavori, ma attraversi l’opinione pubblica con una forza inattesa.
Il risultato assume un peso ancora maggiore se letto alla luce delle scelte dell’esecutivo. Quando la raccolta aveva già superato le 350mila firme, il Consiglio dei ministri ha deciso di fissare la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, basandosi su una richiesta referendaria avanzata da parlamentari e già ammessa dalla Corte di Cassazione. Una decisione formalmente legittima, ma che secondo i promotori e numerosi costituzionalisti rappresenta una forzatura della prassi seguita in tutti i precedenti referendum costituzionali della storia repubblicana, nei quali si è sempre atteso il decorso del termine di tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale – avvenuta il 30 ottobre 2025 – per consentire anche l’iniziativa popolare. È su questo nodo che si è aperto il primo fronte giudiziario: un ricorso al Tar del Lazio, con richiesta di sospensione urgente e annullamento della delibera governativa, la cui udienza è fissata per il 27 gennaio.
Il raggiungimento delle 500mila firme consente ora ai promotori di depositare le sottoscrizioni in Cassazione e di acquisire formalmente lo status di comitato promotore del referendum. Non si tratta di una qualifica simbolica: il comitato, una volta riconosciuto, è considerato a tutti gli effetti un potere dello Stato, espressione diretta della sovranità popolare. Da qui la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, contestando al governo di aver inciso sulle prerogative di un soggetto costituzionalmente tutelato. È un passaggio delicato, che porta il referendum giustizia oltre la dimensione della semplice consultazione elettorale e lo colloca al centro di un confronto istituzionale senza precedenti recenti.
La mobilitazione ha già prodotto un primo effetto politico concreto. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, l’esecutivo avrebbe inizialmente valutato una data ancora più ravvicinata, tra fine febbraio e inizio marzo, per comprimere i tempi della campagna referendaria e sfruttare il vantaggio del fronte favorevole alla riforma registrato dai primi sondaggi. Un’ipotesi che sarebbe stata accantonata proprio di fronte al boom iniziale della raccolta firme, capace di superare le 100mila adesioni in pochi giorni grazie anche agli endorsement dei leader delle opposizioni parlamentari. Un segnale che ha reso politicamente più rischioso un “blitz” sulle urne e ha costretto il governo a un passo indietro tattico.
Ma la questione non si esaurisce nella data del voto. Un altro terreno potenzialmente esplosivo riguarda il quesito che gli elettori troveranno sulla scheda. Quello già ammesso dall’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, sulla base dell’iniziativa parlamentare, si limita a chiedere se si approva il testo della legge costituzionale indicandone il titolo e gli estremi di pubblicazione. Il quesito depositato dai giuristi promotori, invece, elenca puntualmente i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma. Secondo i promotori, questa formulazione più dettagliata non è una scelta politica ma un obbligo imposto dalla legge sui referendum costituzionali, a tutela della chiarezza e della consapevolezza del voto. Qui si apre un’incognita giuridica rilevante: l’Ufficio centrale per il referendum può prendere in considerazione il quesito popolare e modificarlo, anche se la consultazione è già stata indetta? In assenza di precedenti, la risposta non è scontata. I giuristi sostengono che la Cassazione non solo possa, ma debba intervenire per garantire la correttezza della procedura; in caso contrario, è pronto un nuovo conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.
Sul piano politico, intanto, il superamento del quorum rafforza il fronte del No e riaccende il dibattito pubblico. Partiti come Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno parlato apertamente di un segnale contro quella che definiscono l’arroganza dell’esecutivo, chiedendo alla presidente del Consiglio di riferire in Parlamento sulla scelta della data. Dal canto suo, il ministro Nordio ha minimizzato la portata dei ricorsi, ribadendo la convinzione che la riforma sarà confermata dagli elettori e che le questioni sollevate troveranno risposta nelle sedi competenti.
Resta il dato politico di fondo: mezzo milione di firme raccolte in poche settimane dimostrano che il referendum giustizia non è una formalità, ma un passaggio carico di tensione democratica. Al di là dell’esito finale, la vicenda segna un punto di svolta nel rapporto tra cittadini, istituzioni e riforme costituzionali, riportando al centro una domanda antica e sempre attuale: chi decide davvero quando è in gioco l’assetto dei poteri dello Stato?

