Cronaca estera

Scandalo in Svezia – Nuns bielorusse accusate di legami con l’intelligence russa

In Svezia esplode la polemica sulle suore del Monastero di Sant’Elisabetta di Minsk, sospettate di finanziare e legare la loro attività alla GRU russa.

20 Gennaio 2026

Esmeralda Mameli

In Svezia, quello che sembrava un semplice invito natalizio si è trasformato in un caso di portata internazionale che riguarda la percezione del confine tra fede, guerra e intelligence. La storia delle suore bielorusse sospettate di legami con l’intelligence russa comincia con un gesto apparentemente innocente: religiose provenienti dal Monastero di Sant’Elisabetta di Minsk, in Bielorussia, sono state invitate a partecipare agli eventi di Natale nella parrocchia di Täby, sobborgo di Stoccolma, per offrire oggetti religiosi fatti a mano, simboli e articoli di beneficenza ai fedeli locali. Quell’invito, però, ha scatenato un putiferio nei media svedesi e oltre. Non solo critiche, ma accuse che vanno dalla raccolta di fondi per sostenere l’aggressione russa in Ucraina all’essere un veicolo di influenza politica e — nei commenti più duri — una copertura per attività di intelligence legate alla GRU, il servizio militare di spionaggio di Mosca.

La Church of Sweden — la principale istituzione ecclesiastica luterana del paese — ha emesso un avviso formale alle parrocchie di non invitare più le religiose bielorusse, sostenendo che la loro presenza va ben oltre la semplice beneficenza e si intreccia con reti di potere politico e militare filo-russo. L’accusa centrale è che queste donne, spesso etichettate nei media svedesi come le cosiddette “Z-nuns” per l’uso del simbolo “Z” associato alle forze russe impegnate nella guerra contro l’Ucraina, avrebbero sfruttato mercatini, chiese e raccolte di beneficenza per diffondere narrazioni filo-Kremlin e raccogliere denaro che finirebbe, secondo la ricostruzione degli avversari, nelle casse di cause collegate all’apparato militare russo o ai gruppi di influenza che supportano l’aggressione armata.

La decisione della Chiesa svedese è scolpita in toni perentori, infatti, nelle sue comunicazioni pubbliche si legge che il convento mantiene “stretti contatti con la GRU” e che il ricavato delle vendite è stato utilizzato per “sostenere il nazionalismo russo e l’aggressione contro l’Ucraina”. Secondo le stime degli stessi vertici ecclesiastici, tra 10 e 20 parrocchie svedesi avrebbero collaborato con le suore negli anni, consentendo loro di essere presenti in varie comunità con bancarelle, oggetti religiosi, simboli e manufatti, soprattutto nel periodo dell’Avvento e delle festività natalizie.

Il parroco della chiesa di Täby, Michael Öjermo, finito al centro della bufera per aver concesso l’autorizzazione alle suore di allestire il loro stand, ha difeso la propria decisione in un’intervista rilasciata al The Telegraph e ad altri media, sostenendo di non aver rilevato prove convincenti di spionaggio o attività di intelligence.

“Quando sono venute, abbiamo dato loro due tavoli e hanno iniziato a vendere maglieria, icone e oggetti religiosi per beneficenza”,

ha spiegato, aggiungendo che all’epoca non era chiaro che potessero esserci implicazioni geopolitiche di vasta portata. Tuttavia, ha ammesso che

“ora capisco che tali visite possono essere strumentalizzate per messaggi politici”.

Alla base delle critiche più forti non ci sono solo sospetti o timori generici, esistono elementi concreti che hanno alimentato la percezione di un utilizzo strumentale delle attività religiose. La Chiesa svedese e vari osservatori europei ricordano che la comunità di Sant’Elisabetta non è nuova alle polemiche, in quanto, è stata oggetto di proteste in Polonia, Inghilterra e Norvegia, dove mercatini e iniziative analoghe sono stati chiusi o vietati dopo che gruppi civili e autorità locali hanno segnalato i presunti legami con la promozione della guerra e con narrative filorusse.

Nel cuore della controversia ci sono le immagini e gli atteggiamenti che alcuni osservatori considerano inquietanti: suore che espongono il simbolo “Z”, lo stesso utilizzato dall’esercito russo nelle operazioni in Ucraina,  foto pubblicate sui social e nei media che mostrano membri del convento in territorio occupato, a fianco di soldati russi per “alzare il morale”.

La risposta ufficiale delle suore e del Monastero di Sant’Elisabetta è netta: negano con forza di sostenere l’aggressione russa o di finanziare cause militari. Secondo le loro dichiarazioni, i proventi delle vendite in Svezia e in altri paesi europei vengono destinati a opere caritative genuine come assistenza agli anziani, pasti per i poveri e altre attività legate alla cura dei bisognosi. La ripetizione delle accuse, la copertura mediatica internazionale e la diffusione di testimonianze fotografiche e video hanno fatto sì che la questione sfuggisse al controllo ecclesiastico locale per diventare un nodo di politica internazionale e sicurezza nazionale.

Non è un caso isolato, dicono gli esperti. Analisti di affari ecclesiastici e sicurezza ricordano che, nel contesto della guerra in Ucraina e delle crescenti tensioni tra Russia e paesi occidentali, istituzioni religiose collegate alla Chiesa Ortodossa russa e ai suoi satelliti vengono osservate con sospetto. Secondo alcuni osservatori, gruppi religiosi e missioni ecclesiastiche possono diventare strumenti di soft power e reti di influenza che usufruiscono di spazi ostensibilmente apolitici per veicolare messaggi politici, raccogliere fondi o legittimare narrative di regime. Questo fenomeno, secondo le fonti, non riguarda solo la Svezia, ma è stato documentato in altri contesti europei.

La vicenda delle suore bielorusse sospettate di legami con l’intelligence russa ha dunque, smosso non solo la comunità ecclesiastica, ma anche il dibattito pubblico sui rischi delle “guerre ibride”, dove la guerra non si combatte soltanto sui campi, ma nelle piazze, nei mercatini, nelle chiese e nelle coscienze. Rimane da vedere se le autorità svedesi proseguiranno con indagini più approfondite o se la Chiesa di Svezia intensificherà le sue raccomandazioni, ma già oggi il caso è entrato nella narrazione delle tensioni tra poteri religiosi e interessi geopolitici, ponendo una domanda inquietante: quanto può uno spazio sacro rimanere neutrale quando il mondo è in guerra?