La crisi in Groenlandia e lo spostamento dell’attenzione europea dall’Ucraina
La controversia tra Stati Uniti ed Europa sull’Arcipelago Artico mette in discussione unità e priorità occidentali, con Kiev al centro di crescenti incertezze.
23 Gennaio 2026
Sergio Angrisano
La crisi in Groenlandia, scoppiata all’inizio del 2026, si sta rapidamente trasformando in un terremoto diplomatico che scuote le fondamenta delle relazioni transatlantiche e rischia di far perdere all’Europa il baricentro politico e strategico che aveva faticosamente costruito dopo anni di guerra in Ucraina. Al centro di questa crisi c’è la controversia tra gli Stati Uniti e i Paesi europei sulla sovranità e sul futuro dell’isola artica, autonoma, ma geograficamente danese, le cui enormi potenzialità strategiche per la difesa, le risorse naturali e la posizione nell’Artico l’hanno trasformata in un terreno di scontro geopolitico. Quella che sembrava una disputa isolata, confinata nei cieli gelidi e nei mari dell’estremo nord, si è invece rapidamente diffusa nei corridoi del potere di Bruxelles, Berlino, Parigi e delle capitali europee, costringendo gli Stati membri dell’Unione europea a riconsiderare alleanze, priorità e risorse in un momento in cui la guerra in Ucraina avrebbe dovuto restare al centro dell’attenzione occidentale.
Tutto è iniziato con l’annuncio da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump della volontà di ottenere un ruolo diretto nella gestione o nel controllo strategico della Groenlandia, accompagnato da minacce di dazi fino al 25% sui prodotti europei se l’Unione avesse ostacolato i piani di Washington. L’idea di una simile pressione economica e politica ha immediatamente acceso l’allarme a Bruxelles e tra i leader europei, che hanno visto nella mossa un tentativo di indebolire la coesione tra Stati Uniti e UE, nonché una possibile revisione unilaterale dell’assetto geopolitico artico senza un vero consenso tra alleati.
Il conflitto diplomatico ha raggiunto il suo apice durante il World Economic Forum di Davos, dove le tensioni sono esplose pubblicamente. In quella sede, mentre alcuni leader europei hanno ribadito con forza la necessità di una posizione unitaria nei confronti di Washington, altri si sono detti preoccupati per le ripercussioni interne e internazionali di una tale disputa. La risonanza della crisi in Groenlandia ha spinto persino la NATO ad intervenire, con la mediazione del segretario generale Mark Rutte, per cercare di disinnescare le minacce commerciali statunitensi e ricondurre la controversia nel perimetro della cooperazione atlantica.
È in questo clima infuocato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un appello accorato all’Europa, accusando i leader dell’UE di essere entrati in quella che ha definito la “modalità Groenlandia”, cioè di spostare la loro attenzione e le loro energie politiche su una crisi percepita come distante rispetto ai reali pericoli per la sicurezza europea. Zelensky ha sottolineato che, mentre la guerra con la Russia entra nel suo quarto anno, l’Europa non può permettersi di deviare risorse, unità e volontà politica da una battaglia che non solo riguarda l’indipendenza ucraina, ma l’equilibrio di sicurezza dell’intero continente.
A testimoniare la frattura crescente nel pensiero strategico europeo sono arrivate anche dichiarazioni di figure politiche di primo piano che fino a pochi mesi fa avrebbero trovato impossibile esprimere certe posizioni. In Germania, il leader della CDU Friedrich Merz ha apertamente parlato della necessità di un compromesso con la Russia, non più come eccezione, ma come elemento di stabilità futura per il continente, spostando in avanti il mirino politico oltre il 2026. Questa svolta, inedita nella retorica dei principali partiti europei, indica quanto profonde siano le incertezze e quanto fragile possa essere il sostegno continuativo a Kiev, nel momento in cui le priorità globali sembrano riorientarsi.
Parallelamente a queste dinamiche, a Bruxelles si è intensificato il dibattito sulla proposta di nominare un negoziatore dell’Unione europea dedicato ai colloqui diretti con il presidente russo Vladimir Putin, una figura che potrebbe essere incaricata di esplorare vie di dialogo separate da quelle statunitensi. Tra i nomi discussi figurerebbero quello dell’ex primo ministro italiano Mario Draghi e del presidente finlandese Alexander Stubb, sostenuti da alcuni leader europei come Emmanuel Macron e Giorgia Meloni. La logica alla base di questa proposta è duplice: l’UE teme che un accordo tra Stati Uniti e Russia possa essere raggiunto alle spalle dell’Europa, costringendola ad accettare un fatto compiuto e teme anche che un negoziato diretto con Putin possa legittimare ulteriormente la posizione russa e creare divisioni interne all’Unione.
In tutto questo quadro, la crisi in Groenlandia non è più un episodio isolato, ma un simbolo delle difficoltà dell’Occidente di mantenere unità e visione strategica di fronte a sfide multiple e interconnesse. La guerra in Ucraina, che solo pochi anni fa catalizzava ogni dibattito sulla sicurezza europea, rischia di essere percepita come un elemento secondario di fronte a nuove emergenze diplomatiche, economiche e geopolitiche. Se le risorse, l’attenzione politica e la determinazione vengono deviate verso fronti considerati più urgenti o più facilmente negoziabili, l’Ucraina potrebbe trovarsi sempre più isolata, pagandone il prezzo in termini di assistenza militare, sostegno internazionale e capacità di resistere alla pressione russa.
La crisi in Groenlandia ha così mostrato non solo l’intreccio di interessi tra Stati Uniti ed Europa, ma anche le profonde tensioni interne alla stessa Unione, mettendo a nudo le difficoltà di mantenere un fronte compatto in un’era di rivalità globali sempre più complesse. In questo scenario, l’Europa si trova a un bivio politico: restare saldamente concentrata sulla difesa dei valori di sicurezza collettiva e sul sostegno all’Ucraina, oppure lasciare che nuove priorità, pur legittime, distolgano l’attenzione da una delle sfide più gravi del nostro tempo. La posta in gioco non riguarda solo il destino dell’isola artica o di un Paese in guerra, ma la capacità dell’Occidente di stare unito di fronte alle minacce che definiscono il futuro stesso del continente.

