Docenti di sinistra sotto accusa – La scuola italiana tra delazione politica e libertà d’insegnamento
La mobilitazione del movimento giovanile di destra «La nostra scuola» solleva polemiche e preoccupazioni sull’autonomia didattica e la neutralità nelle aule italiane.
25 Gennaio 2026
Esmeralda Mameli
Quando sui muri delle scuole italiane, dalla Sicilia al Friuli-Venezia Giulia, sono comparsi manifesti e striscioni con la scritta che invita gli studenti a segnalare docenti di sinistra, è scattato un allarme nei corridoi delle classi, è rimbalzato nei salotti delle famiglie, nelle aule dei sindacati e nel dibattito pubblico nazionale. La campagna “La nostra scuola”, promossa da Azione Studentesca, movimento di estrema destra collegato a Gioventù Nazionale e a Fratelli d’Italia, ha lanciato un appello ai ragazzi: leggere un QR code, rispondere a un questionario e indicare se nella propria scuola ci sono insegnanti “che fanno propaganda politica in classe”.
Questa iniziativa, partita a dicembre, ma esplosa nelle ultime settimane, prevede domande che chiedono agli studenti di segnalare casi eclatanti di “propaganda” da parte di docenti di sinistra. I manifesti, non si limitano a interrogare gli studenti sul livello delle strutture scolastiche, ma puntano a costruire un “report nazionale” sui presunti comportamenti dei docenti.
La reazione della comunità scolastica è stata immediata e veemente. A Pordenone, davanti al Liceo Leopardi-Majorana, il corpo docente stesso ha segnalato l’iniziativa alle autorità e ha definito l’episodio “orribile” e “terrificante”, osservando come esso rimandi a pagine buie della storia in cui elenchi di proscrizione venivano usati per colpire chi la pensava diversamente. Per molti insegnanti, è un attacco diretto all’autonomia pedagogica e alla libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione, valori fondanti del sistema educativo italiano che non possono essere messi in discussione da strumenti di delazione politica.
I sindacati hanno preso posizione con altrettanta durezza. La sezione friulana della FLC CGIL ha definito l’iniziativa come strumentale, inserita in un attacco all’autonomia delle istituzioni scolastiche e degli organi collegiali che le governano. Per i rappresentanti dei docenti, spingere gli studenti a segnalare docenti di sinistra che “fanno propaganda” non aiuta a risolvere i problemi della scuola italiana, ma viola i principi di pluralismo educativo e di tutela delle minoranze dentro l’aula.
Analogamente, la Rete degli Studenti ha denunciato come l’azione di Azione Studentesca rappresenti una deriva preoccupante, definendola “vile e vergognosa”. Secondo questa organizzazione studentesca, invitare alla delazione non contribuisce a una scuola democratica, ma richiama pratiche di intimidazione incompatibili con una comunità educativa sana.
Dietro il linguaggio apparentemente innocuo del questionario digitale si profilano questioni profondamente critiche. Non esiste una definizione oggettiva di ciò che costituisce “propaganda” in un contesto didattico, né tutele per i docenti rispetto a interpretazioni arbitrarie di comportamenti o parole pronunciate in classe. Il semplice sospetto di essere percepiti come “di sinistra” potrebbe bastare per finire segnalati, con conseguenze che vanno dall’isolamento professionale all’autocensura.
Non sorprende quindi, che all’interno di molte scuole si sia diffuso un sentimento di preoccupazione, se non di paura. Alcuni insegnanti temono che in futuro casi analoghi possano degenerare e trasformarsi in dossier da utilizzare per esercitare pressioni o persino azioni disciplinari.
“Come si fa a insegnare qualunque cosa così?”,
si chiedono, evocando scenari in cui la libertà di espressione viene soffocata non per legge, ma per pressione sociale e sospetto diffuso.
Azione Studentesca, giustifica l’iniziativa denunciando quello che definisce un “pensiero unico” nelle lezioni di educazione civica, in particolare su temi come l’antifascismo, e accusando alcune scuole di trasformare l’insegnamento in un “catechismo politico forzato”. In diverse sedi, il movimento ha puntato il dito contro istituti come l’Istituto Carlo Livi di Prato, criticando la loro offerta formativa e invocando un’idea di scuola che, secondo loro, valorizzi la “voglia di libertà” e l’impegno per la Nazione più di quanto non faccia ora.
La polemica inserisce questo episodio in un quadro di tensioni politiche dentro e fuori le scuole italiane, dove i confini tra educazione civica e impegno politico spesso si sovrappongono. La scuola non è mai stata un feudo neutro. Tradizionalmente è il luogo in cui si discutono e si confrontano idee, si costruisce pensiero critico e si comprendono i valori della democrazia, ma trasformare questa dinamica in una sorta di battaglia ideologica istituzionalizzata, con l’etichettatura di docenti di sinistra come un problema da risolvere, rischia di annientare proprio il pluralismo che dovrebbe essere il cuore dell’esperienza educativa.
La comunità educativa, tra dirigenti scolastici, insegnanti e studenti, sta ora riflettendo su come rispondere a questa sfida. Molti ritengono che la reazione debba essere ancora più forte: non proteste simboliche, ma una difesa attiva della libertà di insegnamento e del diritto degli studenti a essere educati in ambienti dove il confronto non diventi delegittimazione. In un momento storico in cui l’attacco alla scuola pubblica si arricchisce di strumenti sempre più sofisticati, persino questionari digitali, la posta in gioco è alta: difendere il significato profondo di ciò che un’istituzione scolastica democratica deve essere, e non ridurla a terreno di caccia ideologico.

