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Quando lo Stato uccide e lo chiama sicurezza

L’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis è il segno di una deriva politica che, nel secondo mandato Trump, ha trasformato la gestione dell’immigrazione in una guerra interna

26 Gennaio 2026

Editoriale del Direttore Sergio Angrisano

L’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis non è un incidente, né una tragica fatalità figlia del caos. È un atto politico, il risultato diretto di una scelta di governo, di una visione del potere che ha trasformato il controllo dell’immigrazione in una guerra interna e le città americane in territori occupati. Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere, cittadino statunitense, è stato ucciso da agenti federali dell’ICE mentre era disarmato, immobilizzato a terra, ripreso da un telefono che documentava ciò che stava accadendo. È morto sotto una raffica di colpi esplosi in pochi secondi. Le immagini, diventate virali, non lasciano spazio a interpretazioni accomodanti.

Minneapolis conosce già questo copione. Lo conosce dal caso Floyd, lo conosce dalle proteste represse, lo conosce dalla sistematica frattura tra comunità locali e forze federali. Oggi il contesto è diverso, più cupo, più pericoloso. Perché questa morte arriva nel secondo mandato di Donald Trump, in una fase in cui la politica migratoria non è più solo restrizione, ma dimostrazione di forza? Le operazioni dell’ICE sono state ampliate, intensificate, rese deliberatamente visibili. Le città governate da amministrazioni ostili vengono trattate come zone di conflitto, dove il coordinamento con le autorità locali è considerato un ostacolo, non una garanzia democratica.

Alex Pretti è morto in questo scenario. Non aveva precedenti penali. Non stava fuggendo. Non stava minacciando nessuno. Stava osservando, filmando, forse cercando di proteggere qualcun altro. Un gesto che, in una democrazia, rientra nei diritti fondamentali del cittadino, ma in questa America, oggi, osservare può diventare un atto sovversivo. Riprendere può costare la vita.

La reazione della città è stata immediata. Proteste, scontri, rabbia. Non una rivolta organizzata, ma una risposta istintiva, viscerale, di una comunità che si sente sotto assedio. L’attivazione della Guardia Nazionale, si è rivelata una decisione che segna un ulteriore salto nella crisi. Quando i militari vengono chiamati a presidiare le strade per contenere proteste civili, il confine tra ordine pubblico e stato d’emergenza si fa pericolosamente sottile.

Walz ha accusato apertamente l’amministrazione Trump, chiedendo il ritiro immediato degli agenti federali e parlando di “migliaia di uomini violenti e non addestrati”. Parole durissime, che certificano una rottura istituzionale ormai conclamata. Il nodo non è solo lo scontro tra Stato e Casa Bianca. Il nodo è la catena di comando federale che sostiene e legittima questo modello operativo. Figure come Gregory Bovino, capo della Border Patrol e simbolo dell’approccio muscolare voluto da Trump, rappresentano una concezione della sicurezza che antepone la forza alla responsabilità, l’intimidazione alla legge, l’obbedienza cieca alla trasparenza.

Le parole di Barack Obama, in questo contesto, si avvalgono di tutto il loro peso. Definire l’uccisione di Alex Pretti un “campanello d’allarme per ogni americano” significa riconoscere che qui non è in gioco una singola condotta, ma l’erosione sistemica dei valori fondanti degli Stati Uniti. Legalità, proporzionalità, cooperazione tra livelli di governo, tutela dei diritti civili: tutto appare sacrificabile in nome di una sicurezza costruita sulla paura.

Napoli News Magazine Panorami nasce per interrogare il potere, per smascherare le narrazioni semplificate, per dare nome ai silenzi. E il silenzio più pericoloso oggi è quello che normalizza la violenza istituzionale. Alex Pretti non è solo una vittima, ma uno specchio in cui si riflette un’America che rischia di abituarsi all’idea che lo Stato possa uccidere un cittadino disarmato e poi discutere di procedure, versioni, giustificazioni.

Quando la forza federale si sgancia dal controllo democratico e viene usata come strumento politico, non siamo più di fronte a un problema di ordine pubblico, ma a una crisi di civiltà. Minneapolis è un segnale e ignorarlo significherebbe accettare che la linea che separa sicurezza e autoritarismo venga definitivamente cancellata.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore