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Ucraina cancella Il lago dei cigni – Guerra, cultura e l’arte sotto attacco

La controversia che ha travolto la danza classica: due étoile ucraine nel mirino per aver ballato il capolavoro di Čajkovskij, e il dibattito globale su cultura, identità e libertà artistica.

2 Febbraio 2026

Esmeralda Mameli

C’è un tempo, nella memoria collettiva delle nazioni, in cui anche una coreografia eterna come quella de Il lago dei cigni può diventare un campo di battaglia. La vicenda che ha travolto due tra i più celebri ballerini ucraini, Serhiy Kryvokon e Natalia Matsak, non è soltanto un caso di disciplina interna o di politica istituzionale, ma l’emblema di una crisi in cui l’arte, la politica e la guerra si fondono fino a confondere le categorie con cui pensavamo la cultura. Nel cuore di questo dibattito risuona con forza una domanda: cosa accade quando una cultura antica e condivisa viene dichiarata “cultura dell’aggressore”?

Nei giorni scorsi il Ministero della Cultura ucraino e la direzione della National Opera of Ukraine hanno annunciato decisioni drastiche nei confronti dei due danzatori: l’annullamento di impegni professionali, la revoca dell’esenzione dalla leva militare e la sospensione del permesso di viaggio per Kryvokon. Il motivo ufficiale? La partecipazione a una tournée europea in cui i due artisti hanno eseguito un estratto dal balletto Il lago dei cigni, capolavoro di Pëtr Il’ič Čajkovskij, considerato, nel contesto delle nuove direttive,

“promozione del prodotto culturale dello Stato aggressore”.

Per comprendere l’impatto di questa decisione bisogna risalire al momento in cui si è inserita: sin dall’invasione russa del 2022, molte istituzioni ucraine hanno scelto di allontanarsi da opere e autori percepiti come simboli della cultura russa, soprattutto se ritenuti strumentalizzati dal Cremlino per legittimare la narrativa del conflitto. Si tratta di una strategia culturale volta a dissociare l’identità nazionale ucraina da un passato in cui, per secoli, la cultura russa dominava anche nel panorama artistico dell’Europa orientale. Questa spinta ha portato, ad esempio, alla rimozione di opere di Tchaikovsky e altri autori dai programmi ufficiali della National Opera e Ballet Theatre e alla promozione di coreografie occidentali come La fille mal gardée per sostituire i classici russi nei teatri di Kyiv.

Nel tentativo di spiegare il senso profondo di queste scelte, il giornalista britannico Owen Matthews, nell’articolo Why is Ukraine trying to cancel Swan Lake? pubblicato su The Spectator, solleva un monito severo: rinunciare completamente alla cultura classica russa significa non solo privare gli artisti ucraini di un patrimonio artistico condiviso, ma anche consegnare questo patrimonio alle sole narrazioni ufficiali del Cremlino, indebolendo così la posizione culturale di Kiev nel dialogo globale. Per Matthews, l’idea che parlare una lingua o danzare un balletto significhi automaticamente aderire alla politica di uno Stato aggressore è un’esagerazione che può sfociare nella chiusura culturale, con ripercussioni sull’identità nazionale e sulla coesione sociale.

Il nodo della questione tocca corde sensibili: da un lato la giusta esigenza di tutela nazionale in tempo di guerra, dall’altro il rischio di una censura culturale che, paradossalmente, potrebbe rinchiudere l’Ucraina negli stessi schemi che critica. Matthews sottolinea come questa linea dura possa facilitare la narrazione secondo cui i “parlanti russo” non sarebbero ucraini a pieno titolo, un assunto che egli definisce “profondamente putinista”, perché contribuisce a polarizzare e frammentare ulteriormente una società già sconvolta da anni di conflitto.

Le reazioni dei protagonisti coinvolti rendono ancora più complesso il quadro. Natalia Matsak, prima ballerina alla National Opera House of Ukraine da anni, ha dichiarato di aver accettato la partecipazione alla produzione prima di sapere che vi fosse un estratto di Il lago dei cigni e di non aver voluto offendere con quella scelta. In un messaggio affidato ai social media, la danzatrice ha sottolineato che “il balletto classico non sarà cancellato” e ha invitato a uno sguardo più equilibrato sul valore artistico della discussione, ribadendo quanto sia difficile per gli artisti ucraini ottenere sostegno e fondi per produzioni originali rispetto a quelle dei grandi classici.

La polemica è esplosa nel momento in cui la performance è stata ripresa sui social network, con critiche interne al mondo della danza che hanno accusato i due artisti di aver violato gli impegni etici e le linee guida non scritte adottate dalla loro istituzione. Sostenitori della posizione ufficiale, come Victoria Zvarych, hanno affermato che diffondere un’opera di Čajkovskij o di altri grandi autori russi mentre l’Ucraina affronta il più difficile momento della sua storia equivale a indebolire la resistenza culturale e internazionale del Paese.

Ma forse è proprio la dicotomia tra patrimonio universale e simbolo di dominio a spiegare perché questo caso ha scatenato così tanto clamore. Il lago dei cigni non è una composizione qualunque. Da oltre un secolo è tra le opere più rappresentate nei teatri del mondo, un simbolo stesso della danza classica. Farne oggetto di una disputa politica significa toccare la sensibilità non solo degli addetti ai lavori, ma dell’intero pubblico internazionale, che vede nella cultura classica un linguaggio comune, trascendente i confini e le bandiere.

Il punto centrale della critica è se una cultura può essere dichiarata prodotto esclusivo di uno Stato o di un regime, allora il rischio è quello di smarrire la sua dimensione civica e condivisa, consegnando il patrimonio artistico nelle mani dei soli detentori di potere. Per Matthews e altri osservatori, culture come quella classica non sono “russiche” o “ucraine” nel senso stretto, ma parte dell’eredità universale dell’umanità. Ed è proprio questa universalità, sottolineano i critici, che la guerra non può cancellare, neanche quando le armi si intrecciano alle note di un balletto.

Dietro ogni decisione istituzionale risuonano quindi interrogativi più profondi: cos’è la cultura in tempo di guerra? È uno strumento da difendere e plasmare, o un bene comune da preservare oltre le contese? C’è chi teme che la totale esclusione di qualsiasi forma di cultura legata alla Russia finisca per indebolire la presenza ucraina sulle scene internazionali, chiudendo porte e canali di comunicazione artistica proprio nel momento in cui l’Ucraina cerca sostegno culturale ed emotivo in Occidente.

La storia dell’ Ucraina che cancella Il lago dei cigni, per quanto dolorosa e controversa, è quindi, anche uno specchio di una trasformazione di un Paese che, sotto la pressione della guerra, sta ridefinendo non solo i confini, ma anche i “simboli” con cui racconta se stesso al mondo.

Può l’arte sopravvivere alla politica senza tradire se stessa? La risposta, oggi più che mai, sembra dipendere da come nazioni, artisti e pubblico sapranno conciliare memoria, identità e libertà creativa nel cuore di un conflitto che non riguarda soltanto i muri delle città, ma anche le ali di un cigno in volo.