Editoriale del DirettorePolitica

Europa e Russia – Verso un cambio di rotta nei rapporti con Putin?

Dibattito sulle relazioni UE-Mosca: pragmatismo politico, sanzioni e pressioni economiche sullo sfondo della guerra in Ucraina.

8 Febbraio 2026

Editoriale del Direttore Sergio Angrisano

Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno, l’Unione Europea vive una tensione strategica ed esistenziale: la discussione su un possibile cambio di rotta verso Putin non è più un’ipotesi astratta, ma un interrogativo che attraversa gli Stati membri, scuote i circoli diplomatici e incrocia la realtà dura dei numeri. È un tema che riflette un’Europa spaccata tra l’aspirazione a una politica di fermezza e il pragmatismo imposto dalle catene energetiche e dai vincoli economici, una contraddizione che rischia di sabotare l’idea stessa di autonomia politica dell’Unione.

La narrazione dominante a Bruxelles è chiara: l’Europa deve isolare il Cremlino, ridurre al massimo le entrate che Mosca può usare per finanziare la sua guerra e consolidare la propria sicurezza energetica. È in questo spirito che il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo storico nel dicembre 2025 per eliminare gradualmente le importazioni di gas naturale russo entro il 2027 e prepararsi progressivamente ad azzerare anche quelle di petrolio. Successivamente, nel gennaio 2026, il divieto di importare gas russo è stato trasformato in legge vincolante sotto la Roadmap REPowerEU, con l’obiettivo di spezzare la dipendenza energetica che per decenni ha legato l’Europa al gas russo. Secondo dati ufficiali di Bruxelles, la quota delle importazioni di gas dalla Russia è diminuita drasticamente, scendendo da livelli storici molto elevati prima del 2022 fino a circa il 13% nel 2025, pari a oltre 15 miliardi di euro di importazioni energetiche che ancora alimentano l’economia russa e, per molti, la sua macchina bellica.

Ma se la legge europea punta a un’autonomia energetica senza precedenti, la pratica quotidiana racconta gli accadimenti in modo più complesso. In Europa, la dipendenza dalle risorse russe è stata drammaticamente ridotta, eppure non si è completamente dissolta: contratti contrapposti, forniture di GNL ancora in essere e grandi interessi commerciali continuano a intrecciare l’economia europea con quella russa. Mentre il divieto legale di importare gas russo è stato formalizzato, la transizione richiede tempo, infrastrutture alternative e accordi commerciali che non si costruiscono con un semplice colpo di spugna. L’Unione è costretta a bilanciare la sicurezza energetica interna con l’obiettivo politico di punire il Cremlino e di non finanziare indirettamente il suo apparato militare.

In questo scenario, l’idea di un cambio di rotta verso Putin assume contorni a volte paradossali. C’è chi sostiene che l’Europa sia obbligata a gestire una forma di dialogo pragmatico con Mosca, nonostante tutto. In un mondo in cui la globalizzazione ha intrecciato economie e interessi, rinunciare completamente a ogni canale di comunicazione potrebbe risultare autolesionista. La ferma presa di posizione contro l’aggressione russa e la supervalutazione delle sanzioni come unica leva di pressione rischiano di rendere il dialogo politico impossibile, perché fondato più sulla retorica che sulla definizione di un quadro di sicurezza condiviso.

Al centro di questa tensione ci sono numeri e scenari che non possono essere ignorati. Nonostante la drastica riduzione, in alcune fasi recenti l’Unione ha registrato necessità continue di approvvigionarsi di forniture energetiche, anche tramite rotte alternative che non risolvono immediatamente il problema alla radice, ma consentono un equilibrio delicato tra richiesta interna e disponibilità di mercato. Questo paradosso – pagare ancora somme significative per importare energia russa pur volendo sostenere l’Ucraina con miliardi di aiuti – mette in luce la difficoltà di un’Unione che vuole essere politica, ma resta vincolata dai meccanismi dell’interdipendenza economica.

La questione del cambio di rotta verso Putin coinvolge non solo energia, ma anche commercio e tecnologia. Nonostante le sanzioni estese, casi recenti di violazioni e reti di contrabbando di tecnologie sensibili dalla Germania verso la Russia mostrano quanto sia complesso controllare e interrompere ogni flusso che possa rafforzare l’apparato militare russo. Le autorità europee hanno intensificato l’applicazione delle sanzioni e colpito reti di approvvigionamento illecito, ma la lotta è lunga e dimostra che Bruxelles non solo impone restrizioni, ma deve anche affrontare le loro elusioni.

L’Unione continua ad ampliare il proprio arsenale di misure punitive: il pacchetto sanzionatorio attuale include proposte di divieti completi su servizi marittimi legati al petrolio russo, l’espansione delle blacklist di petroliere che aggirano il regime delle sanzioni e l’estensione delle restrizioni finanziarie a banche e intermediari terzi che permettono il commercio con Mosca. Si tratta di uno sforzo coordinato con i partner del G7, che mira a far pagare un prezzo sempre più alto all’economia russa per la sua aggressione, pur guardando con diffidenza a un riavvicinamento diplomatico.

La verità è che l’Unione Europea ha intrapreso un percorso di trasformazione strutturale: nella sua aspirazione a puntare a una politica estera assertiva e coerente, l’Europa sta consumando l’ultimo retaggio di una dipendenza energetica che ha segnato per decenni i suoi equilibri geopolitici. La forza delle sue sanzioni, la capacità di creare aree di dialogo con partner alternativi e la costruzione di una propria autonomia strategica sono segnali di una volontà politica che supera la paura e la retorica anti-russa.

Ma se questa è la cornice di un’Europa determinata, resta aperta la domanda cruciale: esiste davvero spazio per un cambio di rotta verso Putin che non sia percepito come un tradimento dei valori europei o un cedimento a logiche di realpolitik raffazzonata? Forse solo una strategia che sappia coniugare fermezza, sicurezza e pragmatismo – costruendo ponti di comunicazione senza rinunciare alla pressione politica – potrà evitare che l’Unione cada nella trappola di un isolamento dogmatico o, al contrario, di una capitolazione diplomatica. Nell’orizzonte incerto della politica internazionale, questa potrebbe essere la vera prova di maturità strategica per un’Europa che vuole non solo esistere, ma contare davvero nel mondo contemporaneo.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore