Proteste a Milano contro i Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026: manifestazione di circa 10.000 persone e scontri con la polizia
A Milano migliaia di persone scendono in piazza contro l’impatto sociale, economico e ambientale delle Olimpiadi invernali, con proteste pacifiche e tensioni davanti al Villaggio Olimpico.
9 Febbraio 2026
Sergio Angrisano
Le proteste a Milano contro i Giochi Olimpici invernali Milano-Cortina 2026 hanno trasformato il primo weekend di competizioni in una straordinaria e drammatica manifestazione civile, capace di parlare di dissenso, ambiente, diritti umani e fratture sociali nel cuore della capitale economica italiana. Sabato pomeriggio, in una città ancora segnata dalla cerimonia di apertura dei Giochi, migliaia di persone — secondo le forze dell’ordine circa 10.000 manifestanti — hanno risposto all’appello di comitati, sindacati, ambienti antagonisti e reti civiche, attraversando le vie di Porta Romana, Medaglie d’Oro e i quartieri adiacenti il Villaggio Olimpico per gridare un rifiuto netto e plurale a un evento percepito come insostenibile e simbolo di spesa pubblica dissennata, consumo di suolo e ingiustizie.

La protesta, che si era già manifestata nei giorni precedenti con sit-in e presidi contro la presenza di agenti statunitensi dell’ ICE e contro la partecipazione della delegazione israeliana sotto le insegne dello sport internazionale, è esplosa in corteo nel pomeriggio con striscioni, slogan e richiami alla solidarietà internazionale. Per molti presenti, quelle strade erano l’espressione di un malcontento che va oltre il rifiuto dell’evento sportivo in sé: si parla di ambiente aggredito, di case sottratte alla cittadinanza, di priorità pubbliche invertite e di una società che non trova rappresentanza nelle celebrazioni istituzionali.
La marcia, in larga parte pacifica, ha riversato nella città un’energia di rivendicazione che ha trovato eco nelle storie individuali di famiglie, studenti, lavoratori e attivisti: c’erano bandiere della pace, cartelli contro il “greenwashing” e inviti a difendere i diritti umani. Ma mentre il flusso principale del corteo si muoveva lentamente, raccontando la complessità delle ragioni del dissenso, una frangia più radicale si è separata dal percorso ufficiale con l’obiettivo di raggiungere nodi simbolici come il Villaggio Olimpico e la Santagiulia Arena, luogo delle competizioni di hockey su ghiaccio.
È qui che la protesta ha preso un’altra piega. Alcune decine di manifestanti — quelli che testimoni oculari e immagini video hanno mostrato con il volto coperto da sciarpe o passamontagna — hanno iniziato a lanciare fuochi d’artificio, fumogeni e bottiglie verso le linee della polizia in tenuta antisommossa che presidiano le aree sensibili dell’evento sportivo. Le forze dell’ordine, schierate per garantire la sicurezza dei siti olimpici e dei percorsi degli atleti, hanno risposto con getti d’acqua dagli idranti e, in alcuni casi, con lacrimogeni per disperdere i manifestanti più aggressivi. Almeno sei persone sono state fermate o arrestate in connessione con gli scontri, secondo quanto riferito dalle autorità intervenute per sedare i disordini.
Il racconto di quella giornata non può prescindere dall’impatto visivo e simbolico di immagini che hanno rapidamente fatto il giro dei media internazionali: la polvere dei fumogeni che si mescola alla luce dei riflettori olimpici, le barricate improvvisate, i cori della folla e le scariche d’acqua dei mezzi blindati. Queste scene, da una parte, hanno dato voce a chi si sente escluso o danneggiato dalle grandi operazioni legate alle mega-manifestazioni; dall’altra hanno sollevato interrogativi sul confine tra dissenso legittimo e violenza pubblica.
La risposta politica è stata immediata e netta. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha duramente condannato gli scontri, definendo chi ha partecipato agli atti di violenza come “nemici dell’Italia e degli italiani”, un’espressione che ha polarizzato l’opinione pubblica e acceso un dibattito sull’essenza stessa della protesta e sui limiti delle forme di contestazione in un contesto di grande evento internazionale. Il governo e il Comitato Olimpico Internazionale hanno ribadito il loro impegno per una manifestazione serena e hanno respinto con forza ogni forma di violenza, sottolineando come il rapporto tra libertà di espressione e sicurezza pubblica sia oggi messo alla prova sotto gli occhi del mondo.
I partecipanti, dal canto loro, non hanno nascosto la frustrazione per la percezione di essere stati marginalizzati in un’occasione che secondo loro avrebbe dovuto rappresentare inclusione e dialogo. Per molti, i Giochi Olimpici sono simbolo di un modello di crescita che trascura i bisogni reali delle comunità locali: “Vogliamo città vivibili, non cattedrali nel deserto”, è stato uno degli slogan più ripetuti, evocando una critica profonda alla gestione delle risorse pubbliche e alle priorità politiche di un paese che ospita un evento di portata mondiale.
La tensione di sabato non ha però mandato in frantumi l’intero messaggio di dissenso. Le proteste a Milano contro i Giochi Olimpici hanno messo in luce dinamiche sociali delicate: il contrasto tra immagine internazionale e realtà urbana, la paura di un’accelerazione delle disuguaglianze economiche, l’attenzione per la sostenibilità ambientale e il ricordo delle lotte per i diritti umani. In un’epoca in cui i grandi eventi globali sono spesso accompagnati da critiche crescenti sulla loro utilità e legittimità, la piazza milanese ha offerto un mosaico potente di voci e visioni.
Mentre Milano continua ad essere palcoscenico sportivo fino alla cerimonia di chiusura del 22 febbraio, il ricordo di questa giornata di protesta rimane scolpito nella città come testimonianza di una società in movimento, capace di esprimere dissenso con forza, ma anche di porre domande profonde su ciò che una comunità si aspetta da eventi di tale portata. In mezzo allo scontro tra idranti e slogan, tra bandiere e riflessioni, emerge un punto chiaro: il confronto tra istituzioni e società civile non è mai stato così centrale e così visibile come nelle vie di Milano, dove il volto della protesta ha occupato lo stesso spazio mediatico delle medaglie e delle cerimonie.

