Epstein Files – Bannon e il piano per “abbattere” Papa Francesco
Dalla rivelazione dei documenti emerge una trama inedita in cui Steve Bannon cercava alleanze con Jeffrey Epstein per colpire il pontificato di Bergoglio
15 Febbraio 2026
Esmeralda Mameli
Nella miriade dei documenti conosciuti come Epstein Files — una massa impressionante di email, messaggi, fotografie e appunti pubblicata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e ormai al centro dell’attenzione internazionale — emerge una pagina che fino a ieri appariva impensabile: quella in cui Steve Bannon, stratega politico dell’area sovranista statunitense e figura di riferimento dell’orbita trumpiana, discuteva con il finanziere condannato per abusi sessuali Jeffrey Epstein di “togliere di mezzo” Papa Francesco, considerato un ostacolo alla sua visione del mondo.
Nel giugno del 2019, in una delle moltissime corrispondenze tra i due, Bannon arrivò a scrivere con straordinaria durezza:
“Faremo cadere Francesco”,
frase che non lascia spazio a interpretazioni morbide sulla natura di quel dialogo. Parole dure che ponevano il pontefice argentino non semplicemente al centro di critiche religiose o politiche, ma di una strategia di delegittimazione ammantata di tattiche mediatiche e narrative.
Per comprendere la portata di queste rivelazioni bisogna tornare a ciò che rappresentava Papa Francesco all’epoca: un pontefice globalista, con un forte profilo morale su temi come migranti, giustizia sociale, dialogo interreligioso e critica profonda ai nazionalismi. Questi stessi tratti, per Bannon, che aveva costruito gran parte della sua influenza politica attorno a una visione sovranista e anti-establishment, erano non solo irritanti, ma strategicamente pericolosi. Nel dialogo con Epstein, Bannon inserisce il nome di Francesco in una lista che include “Clinton, Xi e l’UE”, simboli di quella che lui percepiva come una coalizione di forze contrarie ai propri obiettivi politici.
Non si trattava di un commento isolato, ma di un’idea che si intrecciava con altri piani di influenza. In alcuni messaggi Bannon propose di trasformare in film il libro In the Closet of the Vatican, un’inchiesta del giornalista francese Frédéric Martel che descrive una vasta presenza di omosessualità non dichiarata all’interno del clero vaticano. Secondo le conversazioni rese pubbliche, Bannon sperava di coinvolgere Epstein come produttore esecutivo di questa pellicola, puntando a creare un’opera dai contenuti compromettenti per la Chiesa cattolica e il pontefice.
Il tentativo di “strumentalizzare” il libro, come sottolineato dallo stesso Martel in dichiarazioni alla stampa, non era privo di implicazioni: l’autore ha infatti affermato di ritenere chiaro che l’obiettivo fosse politico e volto a danneggiare la reputazione di Papa Francesco, piuttosto che a una seria riflessione sulla Chiesa. Questa dinamica getta una luce inquietante su come, in certi ambienti, la religione possa essere stata utilizzata come strumento di battaglia culturale e ideologica.
La narrazione che emerge dagli Epstein Files è di una rete di potere che non si limitava ai consueti confini della politica o dell’economia, ma che si spingeva nelle pieghe più sensibili della sfera pubblica: religione, morale, percezione pubblica e narrazione internazionale. La figura di Jeffrey Epstein, già al centro delle cronache per i suoi crimini e per le relazioni con potenti di tutto il mondo, qui risulta ancor più complessa: non più solo finanziere con abusi e scandali all’attivo, ma interlocutore di figure strategiche come Bannon, con cui dialogava su temi politici globali.
Gli stessi documenti mostrano interazioni apparentemente surreali: Epstein che scherza con il fratello sull’idea di invitare Papa Francesco per un “massaggio” nella sua villa durante una visita negli Stati Uniti nel 2015, o che, tre anni dopo, invia a Bannon un messaggio parlando di “organizzare un viaggio per il Papa in Medio Oriente” con il titolo “tolleranza”. Questi scambi segnano un contrasto profondo tra il tono delle conversazioni e l’inquietudine che esse suscitano, soprattutto se rapportate alla gravità degli argomenti discussi.
In una delle email più emblematiche, oltre alle proposte propagandistiche, gli interlocutori scambiarono anche articoli in cui il Vaticano condannava apertamente il nazionalismo populista, tema centrale della strategia politica di Bannon in quegli anni. E la risposta di Epstein, citando la celebre frase di Paradiso Perduto di John Milton — “Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso” — porta con sé uno scenario potente e inquietante, che riflette come anche la conversazione intellettuale potesse scivolare velocemente verso visioni di dominio e potere.
Che queste rivelazioni arrivino ora, anni dopo la morte di Epstein e a ridosso di nuove ondate di materiale pubblicato — spesso con numerose omissioni e ritardi contestati da osservatori e media — aggiunge un ulteriore livello di domanda sul perché di certe alleanze e su come i potenti usino le loro connessioni. La figura di Bannon, cruciale nel panorama politico internazionale negli ultimi decenni, è ora sotto nuova luce, con accuse implicite di aver cercato di utilizzare contatti controversi per finalità strategiche ben lontane dalla morale pubblica.
Alla fine, gli Epstein Files non sono solo il racconto di un uomo caduto in disgrazia o di una procacciata rete di criminalità, ma un mosaico di ambizioni, alleanze e narrazioni che intrecciano potere, religione e politica come raramente era apparso prima sulla scena globale. Il tentativo di “fare cadere” Papa Francesco, sebbene frammentario e privo di seguito concreto, resta un monito potente su quanto lontano possa arrivare la strategia politica quando si intreccia con reti di influenza imprevedibili e pericolose.

