Editoriale del Direttore

Preghiera sul posto di lavoro – Il caso di Nizhnevartovsk che divide l’Europa

Nella Federazione Russa un lavoratore straniero viene multato ed espulso per aver politicizzato la pratica religiosa durante l’orario di lavoro.

21 Febbraio 2026

Editoriale del Direttore Sergio Angrisano

Nel distretto di Nizhnevartovsk, profonda area petrolifera nella Federazione Russa, un episodio giudiziario ha fatto rapidamente il giro dei circoli giuridici e dei network mediali internazionali perché tocca nodi sensibili: la libertà religiosa, la sicurezza sul posto di lavoro e le politiche migratorie nella Russia contemporanea. Un cittadino uzbeko, musulmano praticante, è stato ritenuto responsabile dal tribunale distrettuale di aver commesso un illecito amministrativo ai sensi dell’articolo 5.26, parte 5, del Codice degli illeciti amministrativi della Federazione Russa — norma che disciplina l’attività religiosa di stranieri — e per questo multato di 30.000 rubli e sottoposto a espulsione forzata dal Paese.

Secondo quanto riportato dagli atti giudiziari, l’uomo si trovava in Russia per lavoro su un sistema di rotazione e alloggiava presso un dormitorio fornito dal datore di lavoro. Qui, cinque volte al giorno, interrompeva l’attività prevista per recitare la preghiera rituale (salat), in alcuni casi con la porta della stanza non chiusa a chiave, rendendo la pratica “pubblica” e visibile ad altri residenti. La disputa è nata da una denuncia di un vicino, che ha sostenuto che le preghiere disturbassero la convivenza interna. La corte ha ritenuto la sua condotta assimilabile ad “attività missionaria non autorizzata”, perché, oltre a pregare, l’uomo discuteva delle sue convinzioni religiose con terze persone e teneva testi religiosi a disposizione, senza essere portavoce di alcuna organizzazione registrata dallo Stato.

Questa lettura legale del comportamento ha costretto il giudice a qualificare tali atti come una violazione delle norme che regolano la libertà di coscienza e la libertà di religione per cittadini stranieri, soprattutto nella loro dimensione pubblica o di proselitismo. In aggiunta alla sanzione pecuniaria, la deportazione è stata motivata anche dalla mancanza di legami sociali solidi dell’uomo in Russia: non possedeva proprietà né aveva parenti residenti nel Paese.

Nel febbraio 2025 la Federazione Russa ha aggiornato la legislazione per consentire alle forze di polizia di procedere al rimpatrio amministrativo dei migranti in caso di illeciti, anche senza passare prima attraverso un iter giudiziario lungo e complesso. Questo nuovo assetto legislativo è stato presentato da Mosca come uno strumento per garantire ordine nel mercato del lavoro e rispetto delle norme di soggiorno e sicurezza.

L’applicazione dell’articolo 5.26, parte 5, spesso legata proprio alla cosiddetta “attività missionaria” non autorizzata, non è un caso isolato. Rapporti di organizzazioni per i diritti umani rilevano che decine di stranieri sono stati perseguiti e, in molti casi, espulsi per analoghe violazioni, con la legge che viene utilizzata per reprimere attività religiose considerate irregolari o non conformi agli standard statali. In alcuni procedimenti, l’autorità giudiziaria ha anche imposto l’espulsione amministrativa dopo detenzione in centri di immigrazione.

Questa lettura normativa ha un forte impatto pratico: la Russia ospita milioni di lavoratori stranieri, provenienti soprattutto dall’ Asia Centrale e la tutela delle libertà individuali, tra cui quella religiosa, viene incrociata con i criteri di controllo dell’ordine pubblico e con la strategia statale di gestione dei flussi migratori. Secondo dati recenti del Ministero dell’Interno russo, nel solo 2025 più di 70.000 stranieri sono stati espulsi per violazioni di legge, in un quadro che riflette l’intento di rafforzare la “sicurezza interna” e la disciplina nel lavoro e nella società.

Dal punto di vista giuridico e sociopolitico, questo episodio solleva domande complesse. In norme come l’articolo 5.26 del Codice amministrativo russo la libertà di praticare la propria religione è formalmente garantita, ma la sua dimensione pubblica e la sua percezione come possibile strumento di proselitismo aprendosi ad altri presenti nella struttura abitativa ha portato le autorità ad inquadrarla come un atto illecito. Nell’Unione Europea e in altri ordinamenti democratici la libertà religiosa è tutelata dalla Carta dei diritti fondamentali e da prassi giurisprudenziali consolidate, che distinguono in modo più netto tra pratiche personali, anche pubbliche, ma pacifiche e atteggiamenti realmente assimilabili a predicazione o attività missionaria non autorizzata. È questa distinzione normativa e interpretativa che spesso manca nell’attuazione russa.

Al di là delle specifiche legali, la vicenda assume valore simbolico mentre cresce il dibattito in Europa sull’equilibrio tra diritti individuali e necessità di ordine pubblico in contesti di immigrazione crescente. In molte democrazie occidentali sono numerosi i casi in cui le autorità giudiziarie o amministrative sono chiamate a bilanciare libertà, integrazione e bisogni delle comunità locali nel lavoro, negli spazi pubblici o nei servizi. Tuttavia, raramente si giunge a sanzioni con espulsioni immediate di stranieri regolari per atti di culto, a meno che non si configurino rischi gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale — condizioni che qui non erano presenti.

In Italia e in Europa, il dibattito su immigrazione e integrazione continua a essere segnato da contrapposizioni tra chi privilegia l’applicazione rigida delle regole e chi richiama alla tutela dei diritti umani e alla dignità della persona. Non sono mancati appelli a trovare soluzioni che bilancino correttamente disciplina e diritti, evidenziando come l’inclusione e il rispetto della dignità possano rafforzare un tessuto sociale complesso senza rinunciare alla legalità.

La vicenda, per come viene inquadrata dalle autorità russe, non riguarda la repressione della fede islamica in quanto tale, ma la sua strumentalizzazione in ambiti che vengono considerati sensibili per l’ordine pubblico e per la stabilità sociale. La posizione ufficiale è chiara: nella Federazione Russa non si combatte l’Islam, ma si contrasta la sua declinazione più radicale e politicizzata, ritenuta uno degli strumenti attraverso cui soggetti ostili allo Stato tentano di alimentare fratture interne. Al di là del giudizio sul contesto politico russo, colpisce la rapidità con cui un lavoratore straniero, anche regolarmente presente sul territorio, può essere sottoposto a sanzione ed espulsione in presenza di comportamenti ritenuti incompatibili con le regole del luogo di lavoro e con la convivenza collettiva. Un approccio che, nel bene o nel male, solleva interrogativi inevitabili anche per il sistema europeo e italiano, dove la difficoltà di distinguere tra tutela dei diritti individuali e gestione concreta dei conflitti culturali rischia spesso di produrre immobilismo. Il caso di Nizhnevartovsk diventa così un precedente, non tanto per imitare automaticamente un modello giuridico e politico molto diverso dal nostro, quanto per interrogarsi sul reale significato di integrazione, sul valore delle regole comuni e sulla necessità, sempre più urgente, di affrontare senza ipocrisie il tema della convivenza tra culture, lavoro e spazio pubblico.

Alla luce di quanto accaduto a Nizhnevartovsk, il caso russo non è solo una pagina di ordinaria amministrazione giudiziaria, ma un riflesso delle tensioni che attraversano le società contemporanee, dove religione, identità culturale e regole della convivenza si intrecciano e chiedono risposte ponderate. L’esempio russo, con le sue peculiarità, può stimolare anche nel nostro dibattito domestico un esame più attento di come bilanciare libertà fondamentali e rispetto di norme condivise, evitando sia l’arbitrio sia l’immobilismo intellettuale.


Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore