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Italia distratta dai social, il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto

Le parole di Donald Trump su un possibile attacco all’Iran, il veto annunciato dalla BBC e la linea del governo di Keir Starmer segnano una frattura con Washington, mentre Israele spinge per l’escalation.

22 Febbraio 2026

Sergio Angrisano

Mentre in Italia il dibattito pubblico si consuma sulla separazione delle carriere, alimentato da un conflitto permanente sui social network – il campo di battaglia costruito dall’ecosistema di Mark Zuckerberg – l’attenzione collettiva resta drammaticamente distante da ciò che, fuori dai confini nazionali, sta realmente maturando: l’ennesima, concreta, ipotesi di guerra.

Nel frattempo, nel mondo si muovono scenari ben più gravi di quelli animati dalle polemiche interne e dal dibattito – spesso ridotto a tifoseria – intorno a figure come Nicola Gratteri, trasformate in simboli da difendere o attaccare, più che in oggetto di un confronto razionale.

Sul piano internazionale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di stare valutando «un’azione militare limitata» contro Iran, nell’ambito delle pressioni sul programma nucleare di Teheran.

Un’ipotesi già anticipata da un’inchiesta del The Wall Street Journal. Alla domanda diretta dei giornalisti, dalla Casa Bianca, Trump ha confermato di stare prendendo in considerazione questa possibilità, senza però fornire ulteriori dettagli operativi.

Da Londra, intanto, la BBC ha rivelato che il governo britannico avrebbe comunicato riservatamente a Washington la propria indisponibilità a concedere l’uso delle basi militari del Regno Unito in caso di un attacco contro l’Iran.

Secondo fonti non ufficiali citate dall’emittente pubblica, il governo guidato da Keir Starmer avrebbe posto un veto che riguarda anche la base strategica di Diego Garcia, storicamente condivisa con gli Stati Uniti e situata nell’arcipelago delle Chagos Archipelago, oggetto di un recente e contestato accordo di restituzione a Mauritius.

Un’intesa che Trump ha più volte criticato pubblicamente nelle ultime settimane e che, secondo osservatori britannici, sarebbe tornata al centro delle tensioni proprio in relazione al rifiuto di Londra di mettere a disposizione le proprie basi per un’operazione militare contro Teheran.

Non passa inosservata, inoltre, la scelta statunitense di rivolgersi al Regno Unito per l’utilizzo di infrastrutture militari, piuttosto che ad altri alleati presenti direttamente nell’area.

Diversi commentatori nel Regno Unito segnalano una crescente contrarietà, all’interno della comunità internazionale, all’ipotesi di un attacco contro l’Iran in questa fase storica. Una contrarietà che emergerebbe anche tra alcuni attori regionali del mondo musulmano, come Arabia Saudita. Secondo queste analisi, a spingere realmente per un’escalation militare sarebbe soprattutto il governo di Israele, a fronte di presunte esitazioni presenti persino all’interno dell’amministrazione americana.

E mentre nel Mediterraneo allargato e nel Medio Oriente tornano a soffiare venti di guerra reale, in Italia si continua a combattere una guerra virtuale, fatta di insulti personali, delegittimazioni e campagne d’odio contro chi prova a esprimere un pensiero autonomo.

Una guerra che non produce macerie materiali, ma che contribuisce a impoverire il dibattito pubblico e a distrarre l’opinione pubblica da ciò che davvero conta.

Perché, mentre si alza il rumore di fondo dei social, dal martoriato Medio Oriente arrivano segnali sempre più chiari di un possibile nuovo conflitto. Quello vero.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore