Politica Internazionale

Board of Peace -Trump, ONU e la nuova diplomazia su Gaza

L’iniziativa Usa per la ricostruzione di Gaza ridefinisce il ruolo delle istituzioni globali e solleva dubbi sulle regole della diplomazia internazionale

23 Febbraio 2026

Esmeralda Mameli

Dal crepuscolo istituzionale delle Nazioni Unite sboccia un nuovo protagonista sulla scena geopolitica mondiale: il Board of Peace, un organismo internazionale nato sull’onda di logiche inedite, promesso come strumento di pace e stabilizzazione per la Striscia di Gaza, ma già oggetto di dibattito, sospetto e controversia. Di fatto, con la firma del suo statuto il 22 gennaio 2026 sul palco del World Economic Forum di Davos, questo consesso multilaterale promosso e guidato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha inaugurato un capitolo di diplomazia globalizzata fuori dai tradizionali perimetri delle istituzioni onusiane.

È stata la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 17 novembre 2025, a tracciare la cornice formale: il Consiglio ha accolto il piano di pace per Gaza e ha “benedetto” la formazione del Board, autorizzando anche la creazione di una International Stabilization Force (ISF) e l’istituzione di un comitato per l’amministrazione quotidiana dell’enclave devastata dal conflitto.

Il debutto operativo dell’organismo si è consumato nel febbraio 2026 a Washington, nella sede ribattezzata Donald J. Trump Institute of Peace, dove rappresentanti di tre dozzine di Stati e di organizzazioni regionali si sono radunati per discutere dei destini di Gaza. Accanto ai membri fondatori — tra cui nazioni del Medio Oriente e dell’Asia centrale — figuravano osservatori, tra cui l’Unione Europea e l’Italia rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani su delega del Governo italiano.

Dietro alle immagini di bandiere e incontri ufficiali, il Board of Peace è la storia di una diplomazia che migra oltre i palazzi istituzionali, di un progetto che si presenta come alternativa o complemento all’azione dell’ONU e di un uomo — Donald Trump — determinato a imprimere la propria visione su un problema che nessun leader internazionale fino ad oggi è riuscito a risolvere. Il Board non è semplicemente un forum, ma un organismo costitutivamente verticistico, concepito per superare — secondo i suoi sponsor — “la palude burocratica” dell’Onu e per accelerare i processi decisionali su temi di pace e sicurezza.

In quell’aula di Washington, Trump ha delineato il volto futurista di questa iniziativa. Ha annunciato un contributo simbolico di 10 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti e ha elencato le promesse di oltre 7 miliardi da parte di altri Stati partecipanti, definendo il Board come un organismo dai poteri “senza pari in termini di prestigio” e suggerendo che esso possa “vigilare” sull’operato delle Nazioni Unite stesse, rafforzandole se necessario.

Siamo di fronte a un paradosso: un organismo nato dietro mandato onusiano, ma con l’idea esplicita di sovrapporsi, integrare o addirittura sostituire la funzione tradizionale dell’ONU. La carta istitutiva del Board concentra un’enorme dose di autorità nel suo presidente e nei membri fondatori, richiedendo ai Paesi contributi finanziari significativi per rinnovare la loro partecipazione e connotando la struttura più come una governance economica e politica che come una coalizione multilaterale.

Il cuore della questione riguarda Gaza, un lembo di terra di appena 356 chilometri quadrati, dove oltre due milioni di persone vivono sotto gli effetti distruttivi di un conflitto durato anni. La Risoluzione 2803 ha autorizzato non solo la ricostruzione di infrastrutture, ma anche l’impiego di una forza internazionale di stabilizzazione e la costituzione di un National Committee for the Administration of Gaza (NCAG) incaricato della governance quotidiana sotto la supervisione del Board.

A prima vista, sembra un piano ambizioso: un cessate il fuoco, l’arrivo di fondi, la costruzione di scuole e ospedali e una nuova forza di sicurezza internazionale pronto a garantire ordine, ma sotto la superficie le tensioni geopolitiche si moltiplicano. Molte capitali europee hanno declinato o ridimensionato la loro partecipazione ufficiale, preoccupate dal rischio che questa iniziativa diventi un organismo parallelo o sostitutivo dell’ONU. Il Vaticano, ad esempio, ha ufficialmente rifiutato di aderire al Board, citando preoccupazioni sul fatto che gli organismi di crisi globale dovrebbero rimanere sotto l’egida onusiana e non diventare club geopolitici separati.

Resta forte il dibattito internazionale sulla legittimità e sulle reali intenzioni di questa operazione. Il Board of Peace è una nuova forma di governance internazionale, potenzialmente capace di accelerare processi bloccati da anni di stallo diplomatico o un esperimento che rischia di minare la centralità delle istituzioni multilaterali, confondendo le linee tra diplomazia, influenza economica e controllo politico?

Le criticità non si fermano qui. La struttura del Board non prevede rappresentanza significativa delle stesse comunità palestinesi nella sua governance esecutiva, limitando la partecipazione a un comitato tecnocratico sottoposto alla supervisione centrale. Questo solleva interrogativi profondi sulla capacità di questa architettura di rispondere ai bisogni autentici di una popolazione che chiede autodeterminazione e diritti politici effettivi, non solo assistenza economica.

Allo stesso tempo, la partecipazione di alcuni Paesi e le offerte di truppe per la forza internazionale di stabilizzazione — sebbene simboliche — suscitano reazioni contrastanti. La combinazione di soldati stranieri e governance esterna richiama scenari di ingerenza, mentre per altri è l’unica strada percorribile per prevenire un ritorno alla guerra aperta in una regione dove la fragilità del cessate il fuoco è una costante quotidiana.

E mentre il Board si sforza di tessere accordi e raccogliere fondi, la realtà sul terreno rimane dura e complessa: Gaza, con le sue ferite non rimarginate e le infrastrutture devastate, attende ancora segnali concreti di stabilità, sicurezza e dignità umana. Il timore di molti osservatori è che, senza una visione di lungo termine condivisa e inclusiva, ogni iniziativa rischi di alimentare nuove tensioni anziché sanare quelle vecchie.

In questo nuovo capitolo della diplomazia globale, il Board of Peace rappresenta un’esperienza dirompente: una specie di grande reset delle relazioni internazionali che tenta di fondere pacificazione, politica e finanza in un’unica struttura internazionale. La sua nascita, il suo statuto e la sua azione futura stanno già riscrivendo le regole non scritte della cooperazione multilaterale, ponendo domande profonde su cosa significhi realmente costruire la pace nel XXI secolo. La sfida non è solo ricostruire una striscia di terra martoriata, ma ridefinire il ruolo delle istituzioni globali, la legittimità dei processi diplomatici e, soprattutto, la voce dei popoli che quelle istituzioni dovrebbero servire.