Politica Internazionale

Ungheria blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e apre una frattura politica in Europa – Cronaca di un braccio di ferro energetico e geopolitico

Viktor Orban condiziona il via libera europeo alla ripresa del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba

26 Febbraio 2026

Sergio Angrisano

L’Ungheria ha messo in stand-by una delle più significative manovre economiche dell’Unione Europea degli ultimi anni: il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, deciso a dicembre dai leader dei paesi membri per sostenere il paese in guerra, è ora oggetto di una disputa che va oltre i numeri e la finanza. Con un atto politico dirompente, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha deciso di opporsi all’attuazione di quella decisione finché non sarà ripristinato il transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, interrotto a seguito di danni causati da attacchi russi in territorio ucraino il 27 gennaio scorso.

La cronaca di questi giorni è una storia di tensioni crescenti, di accuse incrociate e di una visione profondamente diversa su ciò che l’Europa dovrebbe essere e su come dovrebbe agire in un momento di guerra. Orbán ha formalizzato la sua posizione in una lettera al presidente del Consiglio europeo, António Costa, sostenendo che non esistono ostacoli tecnici alla ripresa del flusso di greggio lungo la storica pipeline — soprannominata “Amicizia” per il suo ruolo durante la Guerra Fredda nel collegare l’Unione Sovietica all’Europa centrale — ma che è

“necessaria solo una decisione politica da parte di Kyiv”

affinché ciò avvenga. Secondo il premier di Budapest, la decisione di Bruxelles di sostenere l’Ucraina con fondi così ingenti appare assurda se contemporaneamente si ritiene che il comportamento di Kiev abbia creato una “catastrofe energetica” per l’Ungheria e altri Paesi.

Questa posizione ha avuto un effetto immediato e devastante sul processo di approvazione del pacchetto di aiuti: Orbán non solo ha annunciato che voterà contro la messa in atto del prestito da 90 miliardi, ma ha anche bloccato l’adozione di un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che molti Stati membri volevano vedere approvato in prossimità dell’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Secondo il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó la sospensione del flusso di petrolio costituisce una violazione, da parte ucraina, degli impegni presi nell’ambito dell’Accordo di associazione con l’UE, e rappresenta una forma di “ricatto politico”.

La reazione da Bruxelles è stata dura e immediata. Costa ha richiamato l’Ungheria al principio della leale cooperazione, un cardine dei trattati dell’Unione Europea secondo cui nessuno Stato può ostruire l’attuazione di una decisione comunitaria che sia stata adottata collettivamente. Secondo i vertici dell’UE, Budapest sarebbe venuta meno a questo principio, cercando di esercitare un veto “in assenza di una vera giustificazione tecnica”. Il meccanismo di unanimità richiesto per l’adozione formale del prestito — legato all’uso del margine di bilancio dell’UE per indebitarsi sui mercati internazionali — offre all’Ungheria un potere di blocco che va oltre la sua effettiva quota di contribuzione al finanziamento.

Non è una disputa che riguardi solo numeri e regolamenti, sul campo geopolitico la tensione si riflette in accuse e controaccuse tra Budapest e Kiev. L’Ucraina sostiene che il blocco del transito del petrolio non sia frutto di una decisione politica di Kyiv, bensì delle conseguenze delle ripetute offensive russe contro le infrastrutture energetiche del paese. Il presidente Volodymyr Zelenskyj ha ribadito che le forze ucraine stanno affrontando attacchi continui alle proprie strutture energetiche, rendendo difficile il ripristino immediato del pipeline e ha invitato Orbán a confrontarsi direttamente con Mosca per negoziare un cessate il fuoco energetico.

Dietro le quinte di questa disputa si intravedono anche considerevoli dinamiche interne all’Ungheria. Il governo di Orbán è sotto pressione in vista di elezioni nazionali imminenti, con i sondaggi che indicano un’escalation dell’opposizione e un malcontento crescente tra gli elettori. La scelta di legare la posizione di Budapest sulla politica europea di sostegno all’Ucraina alla questione dell’energia e della pipeline potrebbe essere interpretata come una mossa volta a consolidare il consenso interno, facendo leva sulle paure per la sicurezza energetica e sul legame storico con la Russia.

I paesi vicini non restano neutrali nella disputa. La Slovacchia, fortemente dipendente anch’essa dal transito di petrolio attraverso l’Ucraina, ha minacciato di sospendere anche le forniture di energia elettrica all’Ucraina se il flusso di petrolio non fosse stato ristabilito, esacerbando ulteriormente la crisi.

E mentre la diplomazia europea lavora febbrilmente per contenere la crisi e preservare l’unità tra gli Stati membri, Bruxelles sta anche cercando strade alternative per garantire che il prestito da 90 miliardi — concepito per coprire le esigenze finanziarie e militari dell’Ucraina per il biennio 2026-27 — possa essere comunque implementato. Secondo fonti ufficiali, la Commissione europea intende procedere con l’attuazione di alcune parti del pacchetto e prevede di iniziare le erogazioni già nel corso di marzo, nella speranza che il contenzioso con Budapest si risolva in tempo utile.

C’è un elemento decisivo, però, che rende questa storia qualcosa di più di una semplice impasse tecnica o di bilancio, essa mette in luce un nodo centrale del futuro dell’Unione Europea. Unione che, nel tentativo di sostenere un paese sotto attacco e di ridurre la dipendenza energetica da Mosca, si trova ora alle prese con le profonde divergenze tra Stati membri, con gli equilibri interni di potere e con la fragilità delle regole di consenso unanime. Questa partita, in cui l’Ungheria blocca il prestito all’Ucraina è un atto politico, ma anche un monito sulle tensioni profonde che attraversano la casa comune europea.

In gioco non ci sono solo soldi o petrolio, ma la stessa capacità dell’Unione di conciliare solidarietà, sicurezza energetica e coesione politica in un’epoca contrassegnata da guerre, pressioni esterne e sfide interne senza precedenti.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore