Cronaca estera

Epstein files – Il potere sotto accusa dagli Stati Uniti al Regno Unito

Dai documenti del Dipartimento di Giustizia americano alle indagini che travolgono la Corona britannica, emerge un’unica trama globale fatta di omissioni, privilegi e responsabilità pubbliche

27 Febbraio 2026

Esmeralda Mameli 

Gli sviluppi più recenti legati agli Epstein files hanno assunto una dimensione che travalica ormai la singola figura di Jeffrey Epstein, trasformandosi in una crisi sistemica che coinvolge le élite politiche, accademiche ed economiche di due pilastri dell’Occidente democratico: Stati Uniti e Regno Unito. La pubblicazione di milioni di documenti da parte dell’ United States Department of Justice ha infatti aperto una frattura profonda nella fiducia verso i meccanismi di trasparenza istituzionale, alimentando un dibattito che non riguarda più soltanto i reati sessuali che hanno portato alla condanna del finanziere, ma soprattutto il sistema di relazioni, protezioni e silenzi che per anni ha circondato il suo nome.

Il rilascio di una mole sterminata di materiali – email, fotografie, appunti interni, registrazioni e verbali di colloqui – provenienti anche dagli archivi della Federal Bureau of Investigation ha fatto emergere un quadro irregolare, incompleto, spesso contraddittorio. Un quadro che, proprio per la sua frammentarietà, ha innescato una nuova ondata di polemiche quando alcune testate di primo piano, tra cui The New York Times e NPR, hanno segnalato la mancanza di decine di pagine considerate particolarmente sensibili. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, tali documenti riguarderebbero una donna che, nel 2019, dopo l’arresto di Epstein, aveva accusato l’allora ex presidente e oggi capo della Casa Bianca Donald Trump di un’aggressione sessuale risalente alla sua adolescenza.

I memo raccolti in quattro interviste dall’FBI non sarebbero stati inseriti nella versione pubblica dei database, nonostante le rassicurazioni del Dipartimento di Giustizia sulla completezza del rilascio. La motivazione ufficiale – la presenza di segreti istruttori o di indagini ancora in corso – ha sollevato forti perplessità, soprattutto perché l’assenza di quelle pagine incide direttamente sulla valutazione pubblica di un caso destinato a riverberarsi nel clima politico ed elettorale americano. In questo contesto, la linea sottile tra tutela delle vittime e opacità istituzionale appare sempre più difficile da difendere.

La crisi ha investito in modo diretto alcune delle figure più rappresentative dell’establishment accademico e politico. Tra queste spicca l’economista Larry Summers, già segretario al Tesoro degli Stati Uniti e presidente della Harvard University. Le email pubblicate nei fascicoli mostrano una corrispondenza prolungata e continuativa con Epstein, protrattasi fino alla vigilia dell’arresto del finanziere nel 2019. Scambi che, sollevano interrogativi non soltanto sulla dimensione personale del rapporto, ma soprattutto sulla capacità di giudizio di un uomo che ha ricoperto incarichi centrali nelle politiche economiche e nella governance universitaria. La decisione di Summers di lasciare definitivamente l’insegnamento al termine dell’anno accademico in corso è stata presentata come una scelta dolorosa, ma per molti rappresenta un primo segnale concreto di responsabilità istituzionale in un contesto che finora aveva prodotto soprattutto dichiarazioni difensive.

Sul versante più direttamente politico, le audizioni richieste a Hillary Clinton e a Bill Clinton davanti alla Commissione per la Vigilanza e la Riforma del Governo della Camera dei Rappresentanti hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica i legami, mai del tutto chiariti, tra la coppia e l’entourage di Epstein. Bill Clinton dovrà rispondere di numerose frequentazioni documentate sull’aereo privato del finanziere e della sua presenza in fotografie considerate imbarazzanti, mentre Hillary Clinton ha ribadito di non aver mai avuto contatti diretti con Epstein, pur riconoscendo di aver incontrato persone a lui collegate. Le testimonianze, svolte a porte chiuse nella residenza di Chappaqua, si inseriscono in un clima di polarizzazione estrema, nel quale ogni dettaglio viene immediatamente utilizzato come strumento di scontro politico.

A completare il quadro americano si aggiunge il caso di Bill Gates, cofondatore di Microsoft e figura di riferimento nel mondo della filantropia globale. Gates ha ammesso pubblicamente di aver commesso un grave errore nel mantenere rapporti con Epstein, dopo la diffusione di email nelle quali il finanziere faceva riferimento a presunte relazioni extraconiugali e a informazioni personali riservate. Pur negando qualsiasi coinvolgimento in attività illegali o in abusi, Gates ha riconosciuto di aver sottovalutato le conseguenze reputazionali e istituzionali di quella frequentazione, con ricadute dirette anche sull’immagine della sua fondazione.

Se il contesto statunitense appare già segnato da una profonda crisi di credibilità, lo scenario britannico imprime alla vicenda una portata ancora più dirompente.

Nel Regno Unito, lo scandalo Epstein ha smesso di essere un capitolo marginale di gossip giudiziario per trasformarsi in un vero terremoto istituzionale che coinvolge direttamente la monarchia. Al centro dell’inchiesta si trova Prince Andrew, fratello minore di Charles III, arrestato il 19 febbraio 2026 e successivamente rilasciato, ma ancora formalmente indagato per il reato di misconduct in public office, una fattispecie rara e particolarmente grave nel diritto britannico.

Secondo le ipotesi investigative, Andrew avrebbe trasmesso informazioni governative sensibili a Epstein mentre ricopriva l’incarico di rappresentante speciale per il commercio e gli investimenti internazionali del governo di Londra. L’operazione che ha portato al fermo del principe è stata condotta dalla Thames Valley Police nella tenuta di Sandringham, in una scena che ha segnato uno dei momenti più drammatici nella storia recente della famiglia reale. Le accuse non riguardano direttamente reati sessuali, ma toccano un nodo politicamente esplosivo: l’eventuale utilizzo improprio di risorse statali e la possibile compromissione di interessi pubblici a vantaggio di un soggetto privato già condannato per reati gravissimi.

L’indagine, coordinata anche da Scotland Yard, ha incluso la verifica di registri di volo, archivi diplomatici e testimonianze degli ex addetti alla sicurezza del principe, per chiarire se mezzi militari della Royal Air Force o infrastrutture statali siano stati utilizzati per viaggi privati o per il trasporto di persone legate alla rete di Epstein. Le indiscrezioni, rilanciate con toni spesso sensazionalistici dalla stampa popolare, parlano anche di spese pubbliche per servizi privati durante missioni ufficiali e di liste passeggeri contenenti nomi mai chiariti.

A rendere ancora più eccezionale la fase attuale è l’arresto, pochi giorni dopo quello del principe, di Peter Mandelson, figura storica del Partito Laburista, già ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, commissario europeo e fino al 2024 ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti. Anche Mandelson è sospettato di misconduct in public office, per una presunta trasmissione di informazioni riservate a Epstein quando occupava ruoli di primo piano nelle istituzioni britanniche. La sua posizione, come quella del principe, non riguarda accuse di natura sessuale, ma si colloca sul terreno – altrettanto delicato – della lealtà istituzionale e della tutela dell’interesse pubblico.

Il caso Mandelson ha innescato un ulteriore scontro politico quando il presidente della Camera dei Comuni ha ammesso di aver segnalato alla polizia il rischio di fuga dell’ex ambasciatore, contribuendo al suo arresto. Un passaggio che ha costretto la polizia metropolitana a scusarsi per la diffusione involontaria di dettagli investigativi, alimentando la percezione di un’indagine fragile, esposta a pressioni e interferenze.

Di fronte a questo scenario, il sovrano britannico ha ribadito che la legge deve seguire il suo corso, prendendo formalmente le distanze dalla vicenda giudiziaria del fratello. L’impatto simbolico resta enorme, poichè per la prima volta nella storia moderna, un membro della famiglia reale è stato arrestato per sospetti legati all’abuso della funzione pubblica. Un passaggio che scuote alle fondamenta il mito di un’istituzione tradizionalmente percepita come separata – se non protetta – rispetto ai meccanismi ordinari di responsabilità penale.

Sul piano politico, le ripercussioni investono direttamente il primo ministro Keir Starmer, accusato di aver sostenuto la nomina di Mandelson ad ambasciatore pur essendo a conoscenza dei suoi rapporti con Epstein. Starmer ha chiesto pubblicamente scusa alle vittime del finanziere e ha autorizzato la pubblicazione di una parte dei documenti relativi alle nomine e ai ruoli ricoperti dagli indagati, nel tentativo di contenere una crisi che rischia di estendersi all’intero sistema di governance britannico.

Letti insieme, gli sviluppi americani e britannici delineano una traiettoria comune. In entrambi i Paesi, la vicenda Epstein non è più soltanto il racconto di un predatore protetto dal proprio potere economico, ma il simbolo di una rete di prossimità tra centri decisionali, apparati pubblici e figure di influenza globale che ha operato per anni senza un controllo efficace. La disputa sulla completezza dei documenti rilasciati negli Stati Uniti e la resistenza a rendere pubblici determinati fascicoli nel Regno Unito mostrano quanto sia fragile il confine tra trasparenza istituzionale e protezione degli equilibri politici.

In gioco non vi è soltanto la sorte giudiziaria di singole personalità, ma la credibilità stessa delle democrazie occidentali nel dimostrare che la responsabilità pubblica non si arresta davanti al prestigio, al rango sociale o alla rilevanza geopolitica. Il cuore della crisi è, in fondo, un’unica domanda che attraversa Washington e Londra: chi controlla davvero chi esercita il potere, quando il potere stesso diventa la principale barriera contro l’accertamento della verità?

Mentre le indagini proseguono, gli archivi vengono setacciati e nuove testimonianze emergono, il caso Epstein continua a produrre onde lunghe sul piano politico, mediatico e culturale. È una frattura che costringe istituzioni, media e cittadini a confrontarsi con un dato ormai difficilmente eludibile: la fiducia non può più fondarsi sulla reputazione di chi governa, ma soltanto sulla verificabilità delle decisioni, sulla trasparenza dei processi e sulla reale indipendenza della giustizia. In questa prospettiva, gli Epstein files rappresentano meno la fine di uno scandalo e molto di più l’inizio di una stagione di resa dei conti con le zone d’ombra del potere globale.