Cronaca estera

Ricordi di carta e inchiostro – La poesia di Agnija Barto davanti al dolore dei bambini di oggi

Dall’infanzia raccontata nei versi alla cronaca di Minab, in Iran: quando la poesia misura l’abisso tra ciò che dovrebbe essere e ciò che accade

1 Marzo 2026

Sharon Persico

Per molti russi, e non solo, l’infanzia ha ancora il suono lieve delle filastrocche di Agnija Barto. Una poesia che non ha mai cercato la retorica, ma la verità delle piccole cose: un giocattolo dimenticato, una distrazione, un errore, una lacrima che dura poco. Nei suoi versi l’infanzia non è un mondo ideale, è un territorio reale, fragile, attraversato da emozioni semplici e profonde.

«Lo hanno lasciato sotto la pioggia,
si è bagnato tutto, povero orsetto…»

In poche parole, un oggetto diventa una creatura da proteggere. Un essere indifeso. Un simbolo di cura mancata. È l’orsacchiotto abbandonato, ma è anche l’infanzia che chiede attenzione, che reclama uno sguardo adulto capace di fermarsi.

Un’altra poesia, altrettanto essenziale, racconta un gesto quotidiano, quasi banale:

«La palla è volata via,
è finita lontano…»

Un gioco che si interrompe, una corsa, un piccolo dispiacere che si risolve. Nei testi di Barto l’errore non è mai una colpa, ma una tappa della crescita. I bambini sbagliano, dimenticano, si distraggono. Restano vivi, imperfetti, umani.

Eppure, nelle ultime settimane, la sofferenza dei bambini è tornata a occupare in modo ossessivo le prime pagine dell’informazione internazionale. Dalle rivelazioni contenute nei cosiddetti Epstein files, che riaprono scenari inquietanti di sfruttamento e violenza sui minori, fino alla cronaca di guerra che continua a trasformare le scuole in bersagli.

È di oggi la tragedia avvenuta a Minab, nel sud dell’Iran. Secondo quanto riferito dal procuratore della città e riportato dall’agenzia di stampa Tasnim News Agency, l’attacco contro una scuola elementare ha provocato almeno 85 vittime, in gran parte bambini. Un bilancio ancora provvisorio, ma già sufficiente a restituire la dimensione di una strage che colpisce uno dei luoghi simbolo della protezione e della crescita: la scuola.

La poesia di Barto, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, aveva affiancato all’arte un impegno civile concreto. La scrittrice aveva dato voce, alla radio, ai bambini dispersi, alle famiglie spezzate, alle storie di perdita e di ritrovamento. Non parlava di eroi. Parlava di assenze. Di nomi. Di volti. Di attese.

Ed è forse proprio questa misura a rendere oggi i suoi versi ancora più duri da leggere accanto alle immagini che arrivano da Minab.

«Povero orsetto…»

In quelle due parole c’è una compassione semplice, elementare. Una pietà senza ideologia. È la stessa che oggi sembra mancare nelle decisioni che muovono droni, missili e operazioni militari condotte a distanza, spesso con un joystick tra le mani, come se la realtà fosse una simulazione e non un’esistenza che si spezza.

I bambini dovrebbero essere tutelati, protetti, accompagnati in un percorso di crescita fatto di errori reversibili, di giochi che finiscono con un sorriso, di lacrime che trovano una carezza. Invece, diventano bersaglio diretto o vittime collaterali di una violenza che ha smarrito ogni gerarchia morale.

Anche la comunità internazionale, attraverso organismi come UNICEF, continua a ribadire che scuole e minori devono essere considerati spazi inviolabili secondo il diritto internazionale umanitario, ma tra le dichiarazioni ufficiali e la realtà dei corpi sotto le macerie, lo scarto resta drammaticamente evidente.

Nel mondo raccontato da Agnija Barto, una palla che vola lontano è un problema che si risolve correndo. Un orsacchiotto bagnato può essere asciugato e rimesso tra le braccia di un bambino. Nel mondo reale, invece, la palla che sfugge di mano è sostituita da un’esplosione e l’orsacchiotto resta spesso solo, sporco di polvere, accanto a uno zaino senza più proprietario.

La forza della poesia di Barto sta nel non alzare mai la voce. Sta nel ricordarci che l’infanzia è fatta di dettagli minimi e preziosi, di oggetti, di giochi, di piccoli drammi che servono a imparare la vita. È proprio questo sguardo che rende ancora più insopportabile la normalizzazione della morte dei bambini nel racconto mediatico delle guerre.

Perché se un tempo una filastrocca bastava a insegnare la cura, oggi la cronaca sembra incapace di fermare la mano di chi continua a trattare il mondo come una battaglia navale su uno schermo. E mentre la poesia ci ricorda cosa significa proteggere, la realtà continua a mostrarci quanto l’umanità stia fallendo proprio nel suo dovere più elementare: difendere i più piccoli.