La rotta smarrita nella nebbia geopolitica – La crisi dell’ordine internazionale e il rischio per l’Italia
L’Occidente non perde la forza, ma la capacità di orientare gli equilibri globali: Cina, Medio Oriente e fragilità europea, il sistema internazionale entra in una fase di incertezza strategica che mette a rischio anche l’Italia.
17 Marzo 2026
Editoriale del Direttore Sergio Angrisano
C’è una sensazione crescente, difficile da ignorare, che attraversa le cancellerie internazionali e le analisi degli osservatori più attenti: quella di trovarsi dentro un sistema internazionale senza bussola, in cui le coordinate tradizionali della politica globale sembrano aver perso la loro capacità di orientare gli eventi. Non è il venir meno della potenza a generare questa incertezza, ma la trasformazione del contesto in cui quella potenza si muove. Gli Stati Uniti restano, dati alla mano, la principale forza militare ed economica del pianeta, con una spesa per la difesa che nel 2024 ha superato gli 800 miliardi di dollari secondo le stime del SIPRI, e con il dollaro che continua a rappresentare la valuta dominante negli scambi internazionali. Eppure, proprio mentre questa superiorità rimane evidente, si incrina la capacità di guidare un sistema globale diventato troppo complesso per essere governato con gli strumenti del passato.
Per comprendere la portata di questo cambiamento occorre tornare al 1991, all’implosione dell’Unione Sovietica, evento che segnò l’inizio di una fase unipolare nella quale Washington esercitava un ruolo indiscusso di riferimento. Per oltre due decenni, tra interventi militari, espansione delle istituzioni internazionali e globalizzazione economica, gli Stati Uniti hanno contribuito a definire un ordine che, pur imperfetto, garantiva una certa prevedibilità. Oggi quella prevedibilità è svanita. Il sistema internazionale senza bussola nasce proprio da questa frattura: il vecchio ordine non è più in grado di reggere, mentre il nuovo non ha ancora assunto una forma stabile.
La crescita della Cina rappresenta il fattore più evidente di questa transizione. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, Pechino è oggi la seconda economia mondiale per PIL nominale e la prima per parità di potere d’acquisto, con un’influenza crescente nelle catene globali del valore, ma è soprattutto la natura della sua espansione a fare la differenza: una strategia che privilegia infrastrutture, commercio e tecnologia, come dimostra la Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013, che coinvolge oltre 140 paesi. A differenza del modello americano, la Cina evita un impegno militare diretto su larga scala, costruendo invece, una presenza diffusa e capillare. Questo approccio contribuisce a ridefinire gli equilibri globali senza sostituire immediatamente l’egemonia esistente, alimentando quella condizione fluida che rende il sistema internazionale senza bussola.
Ma non è solo la competizione tra grandi potenze a determinare questa instabilità. Il vero elemento di rottura è la moltiplicazione degli attori. In Medio Oriente, ad esempio, la presenza degli Stati Uniti resta decisiva, ma non più sufficiente a governare gli equilibri. L’Iran, pur privo di una forza militare paragonabile a quella americana, ha costruito una rete di alleanze e milizie che si estende dall’Iraq al Libano, passando per la Siria e lo Yemen. Questa strategia, documentata da numerosi rapporti del Center for Strategic and International Studies, dimostra come il potere possa oggi esercitarsi in forme indirette, riducendo l’efficacia delle tradizionali categorie di deterrenza. In un contesto simile, intervenire militarmente rischia di ampliare i conflitti, mentre non intervenire può indebolire la credibilità. È il paradosso che definisce un sistema internazionale privo di una propria direzione.
Accanto a queste dinamiche, si affermano potenze regionali sempre più autonome. La Turchia ha assunto un ruolo attivo nel Mediterraneo e nel Caucaso, l’India si propone come polo alternativo tra Occidente e Asia, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ridefiniscono il proprio posizionamento attraverso alleanze flessibili e investimenti strategici. È un mosaico geopolitico in continua evoluzione, nel quale nessun attore accetta più di essere subordinato a un ordine imposto dall’esterno.
In questo scenario, l’Europa appare come il grande paradosso. L’Unione europea rappresenta uno dei principali blocchi economici del mondo, con un PIL complessivo comparabile a quello degli Stati Uniti, ma fatica a tradurre questa forza in capacità politica e militare. Le divisioni interne, emerse con evidenza durante la crisi ucraina iniziata nel 2022 e la dipendenza dalla NATO per la sicurezza, limitano l’autonomia strategica del continente. Il risultato è una presenza internazionale spesso marginale nei momenti decisivi, che rafforza la percezione di un sistema internazionale senza bussola anche sul fronte occidentale.
Per l’Italia, questa trasformazione ha implicazioni dirette e profonde. Il Mediterraneo allargato, snodo cruciale per energia, commercio e migrazioni, è oggi attraversato da tensioni che riflettono rivalità globali. Dalla Libia al Levante, ogni crisi locale è una competizione tra potenze. In assenza di una politica estera europea coesa, Roma si trova a operare con margini limitati, esposta a dinamiche che non può controllare pienamente.
Il dato più rilevante, tuttavia, non è la perdita di potere da parte dell’Occidente, ma la perdita di capacità di sintesi. Il sistema internazionale senza rotta non è un mondo privo di forze, ma un mondo privo di direzione condivisa. Le crisi si moltiplicano, si sovrappongono, si alimentano reciprocamente, senza che emerga un principio ordinatore capace di ricondurle a un equilibrio. In questo contesto, la domanda centrale non è più chi comanda, ma chi è in grado di indicare una rotta.
Al momento, quella rotta è invisibile all’occhio umano.

