Gatekeeper e protesta “No Kings”: chi indirizza davvero il dissenso?
Dallo slogan importato dagli Stati Uniti alle ambiguità della piazza italiana: il ruolo invisibile del gatekeeper nella gestione del dissenso
31 Marzo 2026
Esmeralda Mameli
Nel lessico contemporaneo della comunicazione politica, il termine gatekeeper si è progressivamente trasformato da concetto tecnico a chiave interpretativa del potere. Nato per descrivere il ruolo di chi seleziona le informazioni all’interno dei media, oggi il gatekeeper rappresenta qualcosa di più complesso e, per certi versi, più sfuggente: è colui che non impedisce al dissenso di emergere, ma lo orienta, lo filtra, lo incanala in direzioni che non mettano realmente in discussione l’assetto esistente. Non è il censore, ma il regista invisibile della protesta. Ed è proprio in questa chiave che si può leggere quanto accaduto attorno allo slogan “No Kings”, apparso anche nelle piazze italiane negli ultimi mesi, suscitando entusiasmo, partecipazione, ma anche interrogativi legittimi sulla sua origine e sul suo significato.
L’espressione “No Kings” nasce nel contesto statunitense, in particolare nelle mobilitazioni contro Donald Trump, dove veniva utilizzata per denunciare una presunta deriva autoritaria del potere esecutivo. Negli Stati Uniti, paese fondato su una rottura storica con la monarchia britannica, il richiamo simbolico al “re” ha un peso culturale preciso, radicato nella memoria collettiva e nella narrazione politica nazionale. Ma quando questo slogan viene trapiantato in Europa, e in particolare in Italia, il suo significato si fa immediatamente più evanescente. In una Repubblica parlamentare, dove la figura del sovrano appartiene al passato e non al presente, parlare di “re” appare come un’operazione retorica più che politica.
Eppure, proprio questa vaghezza può essere letta come un punto di forza apparente e, al tempo stesso, come un segnale di debolezza strutturale. Uno slogan generico consente a chiunque di riconoscersi in esso, di riempirlo con le proprie paure, le proprie rabbie, le proprie convinzioni. È inclusivo, immediato, facilmente condivisibile. Ma proprio perché non individua un bersaglio concreto, finisce per non colpire nulla di preciso. Il dissenso si espande, ma perde direzione. E qui emerge con chiarezza la funzione del gatekeeper: permettere alla protesta di esprimersi, ma evitando che essa si trasformi in una contestazione mirata e potenzialmente destabilizzante.
Nel panorama politico internazionale, le tensioni degli ultimi anni hanno alimentato un clima di crescente mobilitazione. Le guerre in corso, le crisi energetiche, le trasformazioni economiche e sociali hanno generato un diffuso senso di inquietudine. In questo contesto, le piazze tornano a riempirsi, ma raramente riescono a tradurre la protesta in cambiamento strutturale. Non si tratta di un caso. La gestione del dissenso è diventata una componente essenziale dei sistemi democratici contemporanei, che non possono più permettersi una repressione aperta, ma hanno sviluppato strumenti più sofisticati per neutralizzare le spinte critiche.
Uno di questi strumenti è proprio la costruzione simbolica del nemico. Attraverso slogan come “No Kings”, il conflitto viene spostato su un piano astratto, dove il “re” diventa una figura metaforica, un contenitore in cui inserire leader e governi percepiti come autoritari. Così, nel discorso pubblico, finiscono per essere accomunati personaggi molto diversi tra loro, come Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin o Volodymyr Zelensky. Figure che operano in contesti politici, istituzionali e culturali profondamente differenti, ma che vengono ricondotte a una narrazione semplificata, funzionale alla costruzione di un immaginario facilmente comunicabile.
Questa semplificazione ha un costo: riduce la complessità della realtà geopolitica e impedisce di individuare le responsabilità sistemiche. Il rischio è quello di personalizzare il conflitto, trasformandolo in una questione di leader più che di strutture. Ma le dinamiche che governano le decisioni internazionali – dalle alleanze militari alle politiche economiche, dalle strategie energetiche agli equilibri finanziari – non possono essere comprese né tantomeno contestate attraverso categorie simboliche così generiche.
Nel caso italiano, la questione assume contorni ancora più delicati. L’adesione alle linee di politica estera delle principali alleanze occidentali, il ruolo dell’Italia all’interno della NATO, le scelte in materia di riarmo e di politica energetica sono temi concreti, documentabili, su cui esiste un ampio margine di dibattito. Eppure, raramente diventano il centro delle mobilitazioni di massa. Le piazze si riempiono, ma gli slogan restano spesso lontani da questi nodi cruciali. È un paradosso solo apparente: una protesta che non individua obiettivi specifici è più facile da gestire, più difficile da delegittimare, ma anche meno pericolosa per l’equilibrio del sistema.
Il gatekeeper, in questo scenario, non è necessariamente una figura unica o riconoscibile. Può essere un insieme di attori – media, influencer, organizzazioni, partiti – che contribuiscono, consapevolmente o meno, a definire i confini del discorso pubblico. Non si tratta di una regia centralizzata, ma di un processo diffuso, in cui diversi livelli di potere interagiscono per orientare la percezione collettiva. La selezione degli slogan, la scelta dei temi, la costruzione delle narrazioni sono tutti elementi che concorrono a modellare il dissenso.
Un altro aspetto da considerare è la partecipazione di attori politici alle manifestazioni. In assenza di rivendicazioni precise, le piazze diventano spazi aperti, in cui possono convivere sensibilità diverse e, talvolta, contraddittorie. Non è raro vedere rappresentanti istituzionali partecipare a proteste contro decisioni che, in sede parlamentare o governativa, hanno contribuito a sostenere o non hanno contrastato. Questo fenomeno, lungi dall’essere marginale, rappresenta uno dei nodi più critici della politica contemporanea: la distanza tra rappresentanza e rappresentazione.
Eppure, sarebbe un errore liquidare queste mobilitazioni come inutili o manipolate in modo totale. La partecipazione nasce spesso da un’esigenza autentica, da un bisogno reale di esprimere disagio, di prendere posizione, di non restare in silenzio di fronte a eventi percepiti come ingiusti. È una componente vitale della democrazia. Ma proprio per questo, richiede strumenti di analisi adeguati, capaci di distinguere tra spontaneità e indirizzo, tra espressione e gestione.
La storia recente offre numerosi esempi di movimenti di protesta che, pur partendo da istanze forti, sono stati progressivamente assorbiti o ridimensionati. Non sempre per un disegno consapevole, ma spesso per l’incapacità di trasformare l’indignazione in proposta, lo slogan in programma, la piazza in progetto politico. In questo passaggio, il ruolo del gatekeeper diventa decisivo: non tanto nel bloccare il cambiamento, quanto nel renderlo compatibile con l’esistente.
La domanda, allora, non è se esista o meno un gatekeeper, ma quanto siamo in grado di riconoscerlo. In un’epoca in cui l’informazione circola rapidamente e le narrazioni si sovrappongono, la consapevolezza diventa uno strumento fondamentale. Significa interrogarsi sull’origine degli slogan, sul loro significato, sulla loro efficacia. Significa chiedersi non solo contro cosa si protesta, ma anche come e perché.
“No Kings” resta, in questo senso, un caso emblematico. Uno slogan potente nella sua semplicità, ma fragile nella sua applicazione fuori contesto. Una parola d’ordine capace di mobilitare, ma anche di confondere. Un simbolo che, proprio per la sua indeterminatezza, può essere utilizzato per dire tutto e il contrario di tutto. Ed è in questa ambiguità che si gioca una parte importante della partita politica contemporanea.
Se il dissenso vuole davvero incidere, deve superare la dimensione simbolica e confrontarsi con la realtà concreta. Deve nominare i problemi, individuare le responsabilità, proporre alternative. Deve, in altre parole, sottrarsi alla logica del gatekeeper, recuperando autonomia e profondità. Non è un percorso semplice, né immediato. Ma è forse l’unico modo per trasformare la protesta da rito collettivo a forza trasformativa, capace di incidere davvero sul presente e sul futuro.

